Articoli

Caritas in veritate, capitolo 3

enciclica-caritas-in-veritate-benedetto-xviNuovo appuntamento con la lettura dell’encliclica Caritas in veritate (vedi introduzionecap. 1, cap. 2).

Il terzo capitolo inizia parlando della “stupefacente esperienza del dono” e della gratuità, un aspetto nobile della vita, apparentemente antitetico alla trattazione in un’enciclica che parla (anche) di economia. Ma l’uomo ha in sé anche una parte ferina e malvagia, che la dottrina della Chiesa individua nel “peccato delle origini”, e “all’elenco dei campi in cui si manifestano gli effetti perniciosi del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello dell’economia”.

200068708-001Allora che c’entra la gratuità in questa sede? C’entra: il mercato esiste, la Chiesa non lo osteggia né lo santifica a priori (è un fatto umano, uno strumento, e come tale può produrre frutti buoni o cattivi a seconda di come viene usato), ed esso non può essere autosufficiente e autocontenuto. “Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità. Se il mercato si fermasse unicamente a un principio di equivalenza (“io ti do una cosa che vale A e tu in cambio mi dai una cosa che vale B”), esso non genererebbe quella coesione sociale che è condizione stessa per l’esistenza del mercato, che realizza una trama di relazioni.

Il principio della gratuità non è successivo o ausiliario rispetto all’attività mercantile, ma in essa deve radicarsi, in tutte le sue fasi: “il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali (…) Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi”.

mani3Il richiamo alle imprese con finalità sociali (come quelle di Yunus) è evidente; anche nei paragrafi successivi, è altrettanto forte il richiamo a un’imprenditorialità aperta al territorio, alla responsabilità sociale d’impresa, e anzi alla corresponsabilità e alla compartecipazione: “la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento”.

Altro aspetto che pervade questo terzo capitolo è la sottolineatura negativa di come dei tre attori principali dell’economia – il mercato, lo Stato e la società civile –  spesso ci si dimentichi proprio di quest’ultimo. “Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità”. E se ci si chiede se abbia ancora senso parlare di Stato nell’età della globalizzazione, il pontefice rimarca che bisogna forse interrompere un suono troppo deciso di campana a morto per l’esistenza degli stati nazionali, che oggi se possibile hanno ancora più responsabilità.

Per quanto riguarda la globalizzazione, infine, valgono esattamente le stesse considerazioni fatte per il mercato: non è né automaticamente buona né automaticamente cattiva, ma costituisce un’imperdibile occasione per una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto”.

(– continua)

 

Caritas in veritate: capitolo 2

enciclica-caritas-in-veritate-benedetto-xviProseguiamo la lettura dell’encliclica Caritas in veritate (vedi introduzione e capitolo 1).

Il secondo capitolo è ancora pervaso dallo spirito della Populorum progressio di Paolo VI, tanto che Benedetto XVI, nella lunga prima sezione del capitolo, analizza quali prospettive del suo predecessore si siano avverate e quali siano state disattese, specie quelle legate allo sviluppo. Uno sviluppo che in termini complessivi c’è stato, ma che ha anche creato molte disparità: è aumentata la ricchezza complessiva, ma sono aumentate anche le povertà.

Ci sono molti motivi per cui si è andato verso questo impoverimento, non solo economico ma anche sociale e culturale: sorprendentemente, Benedetto XIV ammette tra queste cause anche “forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario.

solidarity_jackbootL’idea di fondo è che lo sviluppo non possa essere meramente economico, ma debba invece strutturarsi come progresso della persona nella sua interezza e in tutte le sue dimensioni, e dell’umanità nel suo complesso. Anche per garantire questo, il pontefice riconosce il ruolo in trasformazione dei soggetti pubblici (specie quando soggetti a forze finanziarie sovranazionali) e auspica un maggiore coinvolgimento democratico della popolazione nel governo di questi enti; sottolinea anche le difficoltà in cui si muovono le organizzazioni sindacali, messe di fronte a un mutato panorama di respiro internazionale, in cui la ricerca del profitto fa calare le certezze del lavoro e la sicurezza delle reti sociali, motivo per cui “l’invito della dottrina sociale della Chiesa a dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti va onorato oggi ancor più di ieri, dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante all’urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale”. La stessa mobilità lavorativa, che ha degli indubbi pregi, se mal regolamentata si trasforma inevitabilmente in precarietà, con forti ripercussioni negative sul benessere sociale della popolazione.

Altri temi da tenere presenti sono l’eclettismo culturale che rischia di trasformarsi in un appiattimento verso il basso; la fame e il diritto d’accesso all’acqua; il rispetto per la vita; il diritto alla libertà religiosa; l’organizzazione di un sapere sempre più frammentato e settoriale, “di danno non solo allo sviluppo del sapere, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica, viene ostacolata la visione dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimensioni che lo caratterizzano”.

solidarieta11Sono aumentate dunque le ineguaglianze, ma il processo non ha solo effetti economici, anzi. Questa consapevolezza viene fornita in uno dei passi più lucidi dell’intera enciclica: “l’aumento massiccio della povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del «capitale sociale», ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile. È sempre la scienza economica a dirci che una strutturale situazione di insicurezza genera atteggiamenti antiproduttivi e di spreco di risorse umane, in quanto il lavoratore tende ad adattarsi passivamente ai meccanismi automatici, anziché liberare creatività. Anche su questo punto c’è una convergenza tra scienza economica e valutazione morale. I costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani.

Oltre quarant’anni dopo la Populorum progressio, dunque, il tema del progresso resta ancora un problema aperto, anzi, ancora più urgente a causa di un fenomeno solo intravisto da Paolo VI: la globalizzazione. Come se ne esce? La risposta del pontefice è che “la carità e la verità ci pongono davanti a un impegno inedito e creativo, certamente molto vasto e complesso. Si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare queste imponenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella « civiltà dell’amore » il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura”. Ci vuole insomma una revisione lungimirante del modello di sviluppo adottato fino a questo momento.

(- continua)

Caritas in veritate: capitolo 1

enciclica-caritas-in-veritate-benedetto-xviContinuiamo con la lettura dell’enciclica Caritas in veritate (già pubblicato il commento all’introduzione).

Il primo capitolo è dedicato a una rilettura della Populorum progressio di Paolo VI. Il pontefice sottolinea più volte come ogni enciclica vada vista inserita nel contesto organico del magistero della chiesa; c’è un unico alveo che tiene assieme gli scritti dei pontefici, scritti che a loro volta vanno letti alla luce dei vangeli per essere compresi appieno. In particolare, Benedetto XVI rifiuta una distinzione troppo netta tra magistero pre- e post-conciliare rispetto al Concilio Vaticano II. Paolo VI ha infatti tramandato e riproposto (in una “fedeltà dinamica a una luce ricevuta”) due grandi verità: la prima è che “tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo”; la seconda è che l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione”.

decrescita-1Questa prima parte della Caritas in veritate è dominata dalla parola “sviluppo”, che il pontefice approfondisce. Per lo stesso Paolo VI la questione sociale era già diventata di rilevanza mondiale, rendendo di fatto obbligatoria una riflessione sull’umanità intera. Egli “indicò nello sviluppo, umanamente e cristianamente inteso, il cuore del messaggio sociale cristiano e propose la carità cristiana come principale forza a servizio dello sviluppo”.

La Populorum progressio si rapporta ovviamente anche al resto del magistero dello stesso Paolo VI. In particolare si sottolineava il pericolo ideologico di affidare lo sviluppo alla sola tecnica, ma anche un pericolo altrettanto consistente nel rifiutare totalmente il progresso. “Se da un lato, oggi, vi è chi propende ad affidarle interamente detto processo di sviluppo, dall’altro si assiste all’insorgenza di ideologie che negano in toto l’utilità stessa dello sviluppo, ritenuto radicalmente anti-umano e portatore solo di degradazione. Così, si finisce per condannare non solo il modo distorto e ingiusto con cui gli uomini talvolta orientano il progresso, ma le stesse scoperte scientifiche, che, se ben usate, costituiscono invece un’opportunità di crescita per tutti. L’idea di un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell’uomo e in Dio”.

decrescitaSembrerebbe una condanna senza appello dei movimenti che, per esempio, propongono la decrescita felice come strada possibile al consumismo ecodistruttivo. Eppure forse si tratta di intendersi sui termini, perché lo sviluppo in questo caso non è un mero accumulo quantitativo, ma un progredire qualitativo; tanto che nella stessa Populorum progressio si dice che il progresso è una vocazione dell’uomo, ed “è proprio questo fatto a legittimare l’intervento della Chiesa nelle problematiche dello sviluppo:  se esso riguardasse solo aspetti tecnici della vita dell’uomo, e non il senso del suo camminare nella storia assieme agli altri suoi fratelli né l’individuazione della meta di tale cammino, la Chiesa non avrebbe titolo per parlarne”.

sostenibilita2La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile da parte della persona e dei popoli: non si dà se non c’è libertà, ma deve trattarsi appunto di una libertà responsabile, che pensa anche al bene comune e non solo a quello personale. Ecco che torna il tema della verità al servizio della carità, che illumina su cosa intenda qui per sviluppo: esso “deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo (…). La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l’uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo”.

La carità dunque deve essere guida e orizzonte di senso di questo sviluppo, specie in un mondo globalizzato in cui ogni azione ha ripercussioni anche lontane e ogni scelta influisce sulle vite di altri, perché “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”.

(- continua)

Caritas in veritate: introduzione

enciclica-caritas-in-veritate-benedetto-xviCome promesso, iniziamo la lettura dell’enciclica Caritas in veritate, che riguarda da vicino proprio temi come la finanza etica e la responsabilità sociale. Partiamo dall’introduzione.

L’enciclica inizia sottolineando la centralità della carità, che ovviamente non è il mero “fare la carità” ma si traduce più propriamente e direttamente con “amore”. «L’amore è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace.» E subito dopo si afferma il legame della carità con la verità, perché la carità vera verso il prossimo esige fortemente anche l’autenticità.

La carità è “via maestra della dottrina sociale della Chiesa” (forte ed esplicito è il richiamo all’enciclica Populorum progressio di Paolo VI del 1967); essa dà forma alle relazioni nel piccolo (amici, famiglia, gruppi) ma anche su grande scala (rapporti sociali, economici, politici). Nonostante questo, “in ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico (…) ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali.

Perché la carità non si limiti alla sfera privata ma divenga chiave di volta dell’intera società, essa dev’essere radicata nella verità, perché senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo; (…) è il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità”. La verità è anche “amore per il vero”, necessario per il benessere sociale, perché senza questo amore per il vero “non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione”.

san_martino_1490_budapest_500x490L’enciclica fa infine il punto sulla giustizia e sul bene comune, entrambi intrecciati al tema della carità. Sulla giustizia: “La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. La carità esige la giustizia e la provoca, ma al tempo stesso la supera.

Sul bene comune, che si colloca accanto al volere il bene di singoli individui: “Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. È questa la via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità. È un rimarcare, una volta di più, che la carità deve permeare anche le società nel loro complesso e non solo gli individui.

Si tratta di una grande sfida per la Chiesa, che “non ha soluzioni tecniche da offrire” ma si impone di ricordare a tutti quanti che “in una società in via di globalizzazione, il bene comune e l’impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell’intera famiglia umana.

Una lettera aperta a tutti, insomma, anche (soprattutto?) ai non credenti, o magari a coloro che – pur affermando di credere – non hanno mai tradotto in pratica il loro credo.

(- continua)

Caritas in veritate: il Papa e l’economia

enciclica-caritas-in-veritate-benedetto-xviÈ destinata a far parlare molto di sé. Forse non immediatamente, probabilmente fra qualche anno, via via che sarà stata compresa e assimilata. Sia come sia, l’ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, offre molti spunti di riflessione: la crisi economica forse è l’occasione, ma non è una “lettera sulla crisi”, quanto su come l’economia debba essere al servizio dell’uomo. Vi si parla di bene comune, no profit, sviluppo sostenibile, microcredito, credito cooperativo, addirittura di software libero… in particolare del fatto che si può stare nel mercato anche con imprese sociali, realtà del terzo settore, cooperative e così via: in altre parole, il profitto non può essere considerato l’unico parametro del fare economia. Lo ha spiegato alla stampa l’economista Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna e consultore del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, in un’intervista all’agenzia stampa Sir.

Stefano Zamagni

Stefano Zamagni

“Il punto chiave della recente riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa sta nell’indicare agli uomini di oggi la via per il superamento dei due modelli che, finora, avevano guidato i comportamenti in ambito sia economico sia politico: da un lato il modello legato al blocco sovietico – e a questo ci aveva già pensato la Centesimus annus – dall’altro quel modello da taluni definito liberista che dovrebbe avere solo una posizione marginale nell’economia di mercato. L’errore corrente, rimarcato dalla dottrina sociale, sta nell’identificazione dell’economia di mercato con un particolare modello, ovvero quello capitalistico. Occorre che anche l’attività finanziaria sia declinata al plurale: dunque, spazio alla finanza etica, che non può essere un’eccezione. La norma della finanza deve servire l’economia reale, e quindi è la finanza speculativa a costituire un’eccezione. Da ultimo, valorizzare nel concreto il principio di sussidiarietà, introducendolo nelle politiche pubbliche, laddove oggi lo si confonde in maniera erronea con supplenza”.

Un testo dunque molto denso, che provvederemo ad analizzare capitolo per capitolo nei prossimi giorni (come già stiamo facendo con “Un mondo senza povertà” di Yunus). Intanto è disponibile gratuitamente il testo completo dell’enciclica.