Articoli

Mondovisioni: attualità internazionale e diritti umani in scena al Kinodromo

La proiezione di “God Loves Uganda“, il 21 gennaio, dà il via alla seconda edizione bolognese della rassegna “Mondovisioni. I documentari di Internazionale” che torna in città grazie alla rinnovata collaborazione tra Kinodromo, Sfera Cubica e Locomotiv Club e al sostegno di altre organizzazioni del territorio.

Tra gennaio e aprile il Cinema Europa (via Pietralata 55/a) ospiterà alcuni tra i più recenti ed interessanti film della rivista Internazionale offrendo uno sguardo originale all’attualità internazionale ed una prospettiva di riflessione su alcuni dei gravi problemi che interessano l’intera società, così come sui temi tra i più discussi e controversi del nostro tempo.

Ineguaglianza e povertà, crisi economica, privacy online, violenza di genere, trasparenza ed efficacia degli aiuti umanitari, fondamentalismo religioso e omofobia, clandestinità e violazione dei diritti, i crimini delle multinazionali farmaceutiche e il diritto all’assistenza sanitaria sono i temi che vengono affrontati e sviluppati nelle diverse pellicole .
Tra i titoli della rassegna, anche l’anteprima del documentario  “Msf (un)limited”, che ripercorre la storia Medici Senza Frontiere,  testimoniando l’impegno dell’organizzazione umanitaria indipendente nel soccorso medico in contesti di conflitto o catastrofi naturale.

La nostra Banca ha aderito con convinzione a questo progetto che riporta a Bologna un’offerta culturale di elevato spessore sociale, che stimola la riflessione su tematiche di interesse generale e promuove un tessuto di valori che accomuna le diverse realtà coinvolte, a vario titolo, in questa iniziativa.

Ogni serata è realizzata in collaborazione con un’organizzazione che si occupa dell’argomento centrale nel documentario e curerà un intervento introduttivo che aiuterà a contestualizzare sul territorio le delicate, ed a volte complesse, tematiche trattate ad offrire approfondimenti legati alla propria specifica esperienza.

Noi porteremo la nostra testimonianza  il 18 marzo in occasione della proiezione di “When Bubbles Burst“, pellicola norvegese che affronta il tema economia globalizzata e della crisi finanziaria, per sviscerare i meccanismi che innescano le degenerazioni ed i disastri di cui rimangono vittime le persone comuni, come stiamo assistendo in questi anni.

Per promuovere la rassegna e farla conoscere, soprattutto ai giovani,  la nostra Banca mette a disposizione di  soci e clienti under 35 alcuni biglietti omaggio per ogni proeizione.

Assegneremo i biglietti ai primi che ne faranno richiesta inviandoci un messaggio dalla nostra pagina Facebook entro il venerdì precedente ogni spettacolo (qui tutte le info sulla specifica iniziativa).

Questo il calendario dei film in programmazione, con inizio alle 21.00 (sul sito di Kinodromo le schede di presentazione):
21 gennaio –  God Loves Uganda (in collaborazione con Gender Bender)
3 febbraio –  Terms and conditions may apply (in collaborazione con Kilowatt)
18 febbraioFire in the Blood (in collaborazione con con Anlaids Emilia Romagna)
3 marzo –  MdF (Un)limited  (in collaborazione con Medici Senza Frontiere)
5 marzo  – Fatal Assistance (in collaborazione con GVC – Gruppo di Volontariato Civile)
18 marzo –  When Bubbles Burst (in collaborazione con Terra di Tutti film Festival)
1 aprileMarta’s suitcase (in collaborazione con NoiNo.Org e Casa delle Donne)
15 aprileThe Defector: Escape from North Korea (in collaborazione con Yoda)
28 aprilePowerless (in collaborazione con Namaste India)

Non toccare il mio amico

banner-petitionIn occasione del primo “sciopero” dei lavoratori immigrati il 1° marzo 2010 (vedi www.primomarzo2010.it), Repubblica.it segnala due iniziative parallele. La prima è Non toccare il mio amico, manifesto contro il razzismo in Italia dell’associazione Sos Razzismo; l’altra è un simpatico prontuario “Mandiamoli a casa! Razzismo e pregiudizi: istruzioni per l’uso” (pdf).

Numerosi i luoghi comuni, via via sfatati dagli estensori del documento:

  • gli stranieri sono il 23%
  • vengono tutti qui in Italia
  • ci rubano il posto di lavoro e lavorano in nero
  • vengono solo i peggiori e sono tutti in galera
  • nella graduatoria per la casa sono sempre favoriti

Vi ci siete mai ritrovati? Li avete pronunciati (o pensati…) almeno una volta? Il testo riporta diversi dati interessanti ed è un buon punto di partenza per una critica fondata su dati, più che su pregiudizi o “sentito dire”.

(fonte: repubblica.it)

Welcome: la Francia che non ti aspetti

affiche-cine-du-film-welcomeIl diciassettenne curdo Bilal sogna di raggiungere la sua ragazza, emigrata in Inghilterra. Giunto a Calais dopo aver attraversato mezza Europa, inizia ad allenarsi nella piscina comunale per l’ultima tratta di Manica che lo separa dal Regno Unito. Qui finisce per diventare amico di Simon, un istruttore in piena crisi con la moglie…

Diretto da Philippe Lioret, il film Welcome (Francia, 2009) è una pellicola inaspettata e sorprendente, con un intenso Vincent Lindon nei panni dell’istruttore di nuoto, un cast perfettamente nella parte e una sceneggiatura di grande qualità, capace di raccontare tanti aspetti sul mondo dell’immigrazione clandestina senza risultare didascalica. Unico appunto all’edizione italiana, una scelta di doppiaggio piuttosto discutibile (gli immigrati parlano in “italiano zoppicante” anche tra loro?), che comunque non sottrae valore a una pellicola consigliatissima, specie in questi giorni in cui anche l’Italia, con i fatti di Rosarno, si scopre alle prese con situazioni simili.

A proposito della sceneggiatura, il regista ha dichiarato: “insieme a Emmanuel Courcol ho contattato le organizzazioni non profit che fanno il possibile per aiutare queste persone, quindi siamo partiti per Calais. Per parecchi giorni, durante un inverno ghiacciato, abbiamo seguito i volontari di queste organizzazioni, venendo a contatto con la vita infernale dei rifugiati: la “giungla” dove trovano riparo, il racket delle estorsioni dei contrabbandieri, le infinite persecuzioni da parte della polizia, i centri di detenzione, i continui controlli dei camion dove stanno ammucchiati per riuscire a imbarcarsi sul traghetto e dove rischiano la vita per sfuggire alle ispezioni… Quello che ci ha sorpreso di più è stato l’età dei rifugiati: il più vecchio non aveva 25 anni. Quando abbiamo parlato con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti di loro, come tentativo estremo, hanno provato ad attraversare la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese da quanto avevamo visto che in macchina non abbiamo scambiato neanche una parola…”

Ecco il trailer (via YouTube).

(note di regia via wuz.it)

Il paese di Saimir. Intervista a Valerio Varesi

valerio_varesi2Abbiamo incontrato Valerio Varesi, autore del romanzo Il paese di Saimir (che abbiamo recensito qualche giorno fa) e gli abbiamo fatto qualche domanda sul libro, edito da EdizioniAmbiente nella collana “VerdeNero: noir di ecomafia”.

Hai scelto tu il tema del lavoro clandestino o ti è stato chiesto dalla collana VerdeNero?

L’editore mi ha proposto una serie di temi e io ho scelto questo per l’attualità e perché sono figlio di un invalido del lavoro. Le ‘morti bianche’ si prestano molto a una narrazione in chiave sociale per l’ampio raggio di implicazioni che prevedono, sicché mi sembrava un tema molto stimolante.

Quanto c’è di vero nel romanzo, magari tratto dalle tue esperienze come giornalista?

A parte la trama, direi che c’è tutto di vero. Il compito dello scrittore è quello di prendere pezzi di realtà, smontarli e rimontarli a modo proprio. Chi vive dentro una redazione può trovare decine di casi che possono comporre il puzzle di un romanzo sulla realtà. A volte è la realtà stessa, sempre in vantaggio sull’immaginazione, a squadernarti di fronte storie che chiedono solo di essere raccontate.

saimirRitieni che l’opinione pubblica abbia percezione del fenomeno?

No, purtroppo. Vale il discorso che si fa per il fumo: si pensa sempre che le malattie tocchino a qualcun altro. Ci sono due-tre morti al giorno sul lavoro ma tutto va avanti con indifferenza totale. Qualche volta il presidente della Repubblica pone il problema, se ne parla per qualche giorno e poi torna tutto come prima.

Credi che sia possibile qualche “cambio di rotta” rispetto alla situazione attuale?

Ci potrà essere solo se il nostro Paese tornerà a essere minimamente regolato, ma sono pessimista. Le condizioni di lavoro che esistono in Italia non esistono in altri Paesi dove si controlla. E poi è la follia liberista che spinge verso il guadagno a tutti i costi a prescindere dai modi a far sì che non si guardi molto alla sicurezza, guardata solo come un costo e non come salvaguardia di vite umane.

Ma i comuni cittadini possono intervenire in qualche modo…?

Qualcosa possono certo fare. Per esempio premiando la qualità dell’appalto più che il massimo ribasso. Oppure denunciando coloro che lavorano con operai in nero facendo concorrenza sleale alle imprese che sono in regola.

Come un uomo sulla terra: la recensione

dag“Vi dico una cosa solo che sono talmente sodisfatto, fiero, fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora. Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene.
Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro ,la vostra volontà e dedicazione non c’è più quella voce
sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere.
un abbraccio forte a tutti
dormo… dormo… e
certo che mi sveglio di nuovo”

Questa la lettera che Dagmawi Yimer ha scritto a tutti coloro che hanno lavorato con lui al film Come un uomo sulla terra, di cui vi abbiamo segnalato la proiezione. Lo abbiamo visto per voi e possiamo affermare che la pellicola è effettivamente meritevole di una visione, non solo per il tema trattato ma anche per la qualità della narrazione.

Film apparentemente “povero” di mezzi, costituito perlopiù dalle testimonianze di reduci dall’inferno dell’immigrazione, riesce a incantare come solo un racconto orale potrebbe fare. Il coro di voci che si alternano, maschili e femminili, riesce a ricreare l’inizio di un mosaico spalancato sulla barbarie. Solo l’inizio, perché oltre un certo orrore non si può andare ed è lecito solo il silenzio; ma tanto basta.

comeunuomosullaterraTragiche, toccanti, spesso incredibili le vicende di queste donne e questi uomini che tentano di migliorare la propria vita e quella delle proprie famiglie, e si ritrovano invece prigionieri di un sistema diabolico e traboccante di corruzione come quello della polizia libica, capace di rimpallarli da uno stato africano all’altro come se fossero merce (e lo sono, in effetti, se a ogni passaggio c’è qualcuno che intasca una mazzetta). Come se non bastassero le sevizie a cui sono sottoposte queste persone, il fatto ancora più grave è questo sistema criminale si mantiene in vita con la connivente disattenzione dei governi europei. Solo il racconto orale, alternato a occasionali clip (come quella che mostra da lontano un camion che attraversa il deserto traboccante di corpi), poteva provare a raccontare – senza voyeurismi – questa storia. Che, a differenza delle storie che si vedono generalmente al cinema, purtroppo non ha ancora una fine.

A chi desiderasse vedere Come un uomo sulla terra consigliamo di seguire il sito del film con le date delle proiezioni, ma è in preparazione anche un dvd (una prima versione del quale è reperibile assieme alla rivista Carta).

Varesi, “Il paese di Saimir”

saimirGli esperti di narrativa “di genere” amano distinguere tra il giallo classico (quello alla Agatha Christie, per intenderci: rassicurante con la sua soluzione finale e il colpevole che viene inesorabilmente inchiodato dall’investigatore di turno) e il noir, più attento alle sfumature del crimine e alle motivazioni sociali dei personaggi. Nel romanzo Il paese di Saimir un morto c’è, ma siamo decisamente dalle parti del noir, a meno di non voler individuare come colpevole… il mondo degli appalti edili italiani.

Il romanzo prende infatti le mosse da Saimir, muratore clandestino di appena 17 anni che piccona la parete sbagliata nel cantiere in cui sta lavorando clandestinamente e rimane sepolto dal crollo conseguente del condominio. L’evento scatena una serie di reazioni nelle persone coinvolte a vario titolo nel mondo dei lavoratori in nero e delle morti bianche: i compagni immigrati, combattuti tra lo spirito di solidarietà e la disperazione che li spingerà a cercare di trarne il maggior vantaggio possibile; il capocantiere, forte con i deboli e debole con i forti; l’imprenditore senza scrupoli e con molti agganci nei palazzi del potere. E poi ci sono Saimir stesso, sotto le macerie, e sua madre dall’altra parte del mare, che medita sul figlio lontano e sul destino di chi espatria per cercare migliore fortuna: quasi un dialogo a distanza, che rimbalza da un lato all’altro dell’Adriatico.

Un’opera molto accessibile, di lettura coinvolgente, ma al tempo stesso profonda nei suoi contenuti e ben documentata. L’autore è Valerio Varesi, giornalista della redazione bolognese de La Repubblica e noto al grande pubblico per i romanzi con protagonista il commissario Soneri, portato in tv nella fiction Nebbie e delitti con il volto di Luca Barbareschi.

Il paese di Saimir è una delle ultime uscite della pregevole collana VerdeNero delle edizioni Ambiente, che in collaborazione con Legambiente ha chiesto a un numero crescente di autori italiani di qualità di scrivere brevi noir di ecomafia. In questo caso l’operazione è perfettamente riuscita e riesce nel duplice intento di intrattenere il lettore e mostrargli uno scorcio molto realistico di un mondo, quello dei cantieri in nero, con giri di denaro sporco da capogiro. Per scoprire che il paese cercato da Saimir, e il paese al quale apparterrà per sempre… forse è proprio il nostro.