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Francesca Bonifazi. La dottoressa che dà speranza ai malati di leucemia

Da una ricerca indipendente, portata avanti con passione e straordinario coraggio da un ‘semplice’ medico ospedaliero della clinica Sant’Orsola di Bologna  arriva una nuova speranza per le migliaia di pazienti che ogni anno si sottopongono al trapianto di midollo osseo per battere la leucemia. Si chiama Francesca Bonifazi, ha 46 anni e tre figli, è nata a Fermo, nelle Marche, ma è bolognese d’adozione. Arrivata sotto le Due Torri per frequentare l’università più antica del mondo, a Bologna si è laureata, specializzata e durante gli studi in medicina ha trovato pure l’amore della vita. Nel gennaio scorso, lo studio che ha portato avanti, per undici anni, assieme ad un collega tedesco e a uno spagnolo, è stato pubblicato sulla più prestigiosa rivista medica del mondo, il New England Journal of medicine, cambiando così il protocollo comune a tutti i centri del Pianeta che si occupano di questo tipo di trapianti.

Ecco cosa ci ha raccontato la dott.ssa Bonifazi, che annoveriamo orgogliosamente tra i nostri soci, nell’intevista, a cura di Filippo Benni, rilasciata alla nostra rivista Notizie EmilBanca

Francesca Bonifazi

La dottoressa Francesca Bonifazi, responsabile del reparto di ematologia del Sant’Orsola di Bologna e presidente del Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo (GITMO)

“Nel 1995 entrai in specializzazione qui al Sant’Orsola e a parte l’anno conclusivo fatto in Germania, a Monaco di Baviera, ho sempre studiato e lavorato qui – ci racconta in una saletta al primo piano del padiglione di Ematologia della clinica universitaria bolognese – nel 2002, visto che posti da ricercatore disponibili non ce n’erano, decisi, con successo, di provare a seguire l’unica strada che mi avrebbe permesso di arrivare alla fine del mese: diventare medico ospedaliero”. Un profilo base, “con pochissime possibilità di carriera”, spiega, che però non le ha impedito di rivoluzionare il modo in cui si approccia il delicatissimo tema delle complicanze da trapianto di midollo osseo. In questi undici anni si è occupata dei trapianti da donatori famigliari, quelli meno comuni, ma nel futuro c’è già l’idea di mettere in campo un altro studio per diminuire le complicanze anche nei trapianti da registro, cioè quelli in cui le cellule staminali sane vengono reperite non da parenti stretti ma attraverso la ricerca in un registro che, nel mondo, conta circa 30 milioni di possibili donatori.

Se si escludono le ultimissime scoperte (anch’esse italiane) su possibili cure alternative, ad oggi una delle poche strade da seguire per avere la speranza di battere la leucemia è il trapianto di midollo osseo.
Un’operazione non troppo invasiva, sostanzialmente una specie d’iniezione, che però comporta possibili complicanze davvero invalidanti. Una su tutte è la malattia del trapianto contro l’ospite, in inglese Graft versus Host Disease, da cui la sigla GVHD, vero incubo per chi già deve fare i conti con una malattia tremenda come la leucemia. “Prima del trapianto – spiega la dottoressa – al paziente viene fatto un trattamento di chemioterapia per eliminare globuli bianchi e cellule leucemiche. Dopo qualche giorno si infondono le cellule sane, che possono arrivare da un famigliare del malato o da un donatore compatibile trovato nel registro mondiale. Una volta iniettate – continua Bonifazi – le cellule sane vanno nel midollo e lì stanno per tre settimane. In questo periodo teniamo il paziente in un ambiente protetto, aspettando che le cellule del donatore crescano nel nuovo ospite creando anche un nuovo sistema immunitario”. Se non ci sono complicazioni, il nuovo sistema immunitario del paziente riconoscerà le residue cellule malate come estranee facendo scattare l’effetto antileucemico. “Il problema sorge quando il nuovo sistema immunitario riconosce come estranei, e attacca, anche gli organi sani del paziente – continua la dottoressa – A seconda del grado di gravità, se la GVHD attacca la pelle, per esempio, questa può perdere elasticità fino a diventare talmente rigida da non permettere più al paziente di muoversi. Se attacca i polmoni può costringere il malato a vivere attaccato alle bombole d’ossigeno. Può attaccare gli occhi, il fegato, qualsiasi cosa. Se presa in forma severa, la GVHD può compromettere sensibilmente sia la quantità sia la qualità della vita dei trapiantati”.

Consegna del Van Bekkum Award

Consegna del Van Bekkum Award assegnato dalla società Europea per il trapianto alla dott.ssa Bonifazi e ai colleghi con cui ha condiviso la ricerca, il dott. Kroger (Amburgo) e il dott. Solanos (Valencia)

Ogni anno in Italia si effettuano circa 1750 trapianti, circa 300 sono quelli da donatore famigliare. A questi ultimi, da gennaio si applica il ‘protocollo Bonifazi’. “Grazie al nostro studio abbiamo dimostrato in maniera oggettiva che aggiungendo alla normale profilassi un ulteriore farmaco, già esistente e già utilizzato in altri tipi di trapianto, l’incidenza della GVHD si riduce sensibilmente, passando dal 68% al 32% dei casi. In particolare – continua – la forma più severa, quella che distrugge la qualità della vita dei trapiantati, passa dal 54% al 7,6%”.

Per dimostrarlo, dal 2005, in tutta Europa, sono stati coinvolti 161 pazienti di cui 90 italiani. “Noi sapevamo che il farmaco, fino a ieri utilizzato solo nei trapianti da donatori da registro, poteva funzionare anche nei trapianti da donatore famigliare. Qui al Sant’Orsola usiamo questo protocollo già da 15 anni, ma per convincere la società medica internazionale abbiamo dovuto produrre prove incontrovertibili. Dimostrando che, numeri alla mano, l’utilizzo di questo farmaco riduce l’incidenza della malattia del trapianto contro l’ospite senza compromettere l’efficacia del trapianto stesso”.

Come Davide contro Golia, un giovane medico, “donna e con un ruolo non apicale”, precisa con orgoglio, ha convinto il mondo intero. “Inoltre – conclude con ancor più soddisfazione – questo studio è frutto di una ricerca non profit, fatta senza coinvolgere le grandi company. La casa farmaceutica che produce il farmaco ci ha sì sostenuti ma senza mai poter vedere i nostri dati o discutere con noi gli eventuali risultati. Lei, come tutti gli altri, ha potuto vedere i risultati solo dopo che questi sono stati pubblicati e messi a disposizione di tutti”.

Open Group: serviva un gruppo per dare di nuovo valore al lavoro

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Il Presidente di Open Group Roberto Lippi

Una storica radio bolognese e la manutenzione del verde, i progetti educativi nelle scuole e l’agenzia di comunicazione che produce video anche per colossi come la Granarolo. Poi l’officina, il tema del disagio sociale e tanto altro ancora.
Questo è Open Group, la grande cooperativa che si è formata dall’unione di tre realtà, sane, che hanno scelto di mettersi assieme per guardare al futuro da protagonisti.
Era il maggio del 2014 quando Voli Group, la cooperativa anche editore di Radio Città del Capo, decise di proseguire il suo cammino assieme a Coopas e Centro Accoglienza la Rupe, entrambe impegnate nel sociale. Da quella fusione è nata una realtà che oggi opera in ben otto settori differenti, conta 310 soci, produce 17 milioni di euro di ricavi e dà lavoro a 530 persone, nel 90 per cento dei casi con contratti a tempo indeterminato.

Conosciamo meglio questo importante attore dell’economia sociale del nostro territorio attraverso le parole del suo presidente Roberto Lippi nell’intervista, a cura di Filippo Benni, pubblicata nell’ultimo numero della nostra rivista Notizie EmilBanca.

Presidente, ci può dire cosa vi ha spinto a mettervi assieme?
La fusione nasce da una condivisione di necessità, in primo luogo quella relativa a dimensione e volumi. Ormai si sta sul mercato se si occupa dello spazio. Bisogna mettersi nelle condizioni di poter fare investimenti e ricerca per poter guardare al futuro con un piglio da protagonista. Essere passivi non paga. Poi volevamo ripensare il confine del nostro agire. Oggi lavoriamo su tante realtà diverse che devono dialogare tra loro: vanno collegate l’educazione con la formazione, il socio sanitario con la comunicazione, l’editoria con la disabilità e così via. Dobbiamo stare sul territorio come una rete, in maniera coordinata e sinergica. L’aggregazione porta alla moltiplicazione delle relazioni e così crescono anche le opportunità.

In che modo questa rete può cambiare il vostro modo di lavorare?
Rispetto al tema degli inserimenti lavorativi delle persone svantaggiate, per fare un esempio, vorremmo aprire i confini battendo strade diverse da quelle classiche. Piano piano, un passo alla volta, vogliamo colmare quel deficit culturale che oggi vuole lo svantaggiato indirizzato prevalentemente verso la manutenzione del verde o le pulizie. Noi ci stiamo misurando su altri ambiti. Penso all’informatica, alla cultura ma anche all’editoria e alla comunicazione. Poi nelle biblioteche, nei centri giovanili e in tanti altri luoghi dove i nostri operatori intrecciano continuamente i profili culturali con quelli educativi.

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Qual è il collante che unisce Open Group?
Le tre cooperative da cui siamo nati erano unite da valori tra loro diversi e che vanno quindi ricostruiti. Oggi ripartiamo da alcuni grandi temi comuni: il valore del lavoro, la legalità, il rispetto delle regole, l’attenzione al disagio, all’emarginazione, alle diversità e l’attenzione al territorio. Attorno a queste sensibilità comuni stiamo costruendo una nuova e solida impresa che si sta rivelando un grande catalizzatore: sempre con un’ottica imprenditoriale, tenendo ben presente la tenuta complessiva dell’azienda, le fusioni stanno continuando.

Open Group nasce dalla convinzione che si possano coniugare prosperità economica, ambiente e coesione sociale. In che modo?
Lavorare per la coesione sociale significa provare a coniugare l’agio con il disagio, significa valorizzare le differenze, non averne timore. Utilizzare la cultura per far crescere il contesto in cui operiamo significa prevenire disagi oggi e avere meno costi futuri. Vivere e lavorare in un luogo salubre ha costi più alti nell’immediato ma produce risparmi di lungo periodo. In quest’ottica, nel nostro contesto socio-economico, è sempre più centrale occuparsi del benessere delle persone.

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Dai detrattori la forma cooperativa è vista solo come un mezzo per pagare meno ed ultimamente è accostata anche a parecchi scandali. Lei cosa ne pensa?
Chi ha propensione a delinquere trova spazi per farlo nella cooperazione come nelle società per azioni o nelle imprese famigliari. In questi anni abbiamo visto cooperative mal gestite che hanno prodotto enormi danni al sistema, e abbiamo visto gli stessi comportamenti da parte di Spa. Per i valori con cui nasce e le aspettative che genera, quando una cooperativa finisce a terra fa molto più rumore di altre aziende, ma questo lo mettiamo in conto. Io sono convinto che non sia la ragione sociale a fare la qualità ma allo stesso tempo ritengo che in questo momento storico la cooperazione sia uno dei modelli più innovativi. Io mi sono avvicinato a questo sistema perché preferivo fare le cose assieme agli altri invece che da solo, perché preferivo non avere padroni e non volevo esserlo.

Come è il rapporto con Emil Banca, di cui siete soci?
Quello che ho notato è la grande attenzione che mette nel cercare di comprendere la nostra attività e la sua ricaduta sociale. In banca ho incontrato persone che mi hanno ascoltato e che sono state in grado di capire i nostri numeri, la nostra operatività e le nostre strategie. Ho rilevato una grande attenzione al territorio e alle persone. Gli altri istituti di credito fanno più fatica a comprendere la differenza tra un buon progetto e un cattivo progetto. Lavorare con persone che ci comprendono è per noi fondamentale.

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