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Italia e Bologna sul tetto del mondo con la sciabola di Matteo Neri

Dopo  aver vinto già vinto con la sua sciabola, a suon di affondi e fendenti, titolo europeo Under 17 , campionati Italiani Cadetti e mondiale cadetti e giovani, Matteo Neri appena approdato alla categoria Under 20 mantiene l’Italia e la sua Bologna sul tetto del mondo.
Lo scorso 21 Ottobre, in una finale tutta azzurra contro Gherardo Caranti, il giovane schermidore bolognese – figlio di un socio Emil Banca – ha conquistato l’oro al Campionato mondiale U20 di sciabola a Sosnowiek (Polonia); inoltre è salito sul gradino più alto del podio per l’Italia anche nella gara a squadre mista.

Protagonista dello spazio “Giovani talenti” nel numero di luglio della nostra rivista Notizie Emil Banca, (che riproponiamo di seguito) Matteo già allora sembrava aver maturato la convinzione di avere tutte le carte in regola per conquistare questo titolo: noi  gli facciamo i complimenti e celebriamo la sua recente vittoria certi che, con la sua determinazione e il suo talento, saprà conquistarsi ancora tante altre soddisfazioni.

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Matteo Neri sale sul tetto del mondo
di Emanuele Stanzani

Se da diversi anni per l’Italia le soddisfazioni dal mondo della scherma sono arrivate con regolarità, sia in ambito maschile, sia in ambito femminile, Matteo Neri, bolognese di diciassette anni, figlio di un socio di Emil Banca, rappresenta per il movimento una garanzia di continuità di successi nella specialità della sciabola. Già soprannominato “il cannibale”, ha da poco realizzato una storica tripletta di successi coronando quella che si può definire la stagione perfetta. In rapida sequenza ha, infatti, conquistato lo scorso marzo l’oro ai “Campionati Europei under 17” tenuti a Novi Sad in Serbia, l’oro ai “Campionati Mondiali Cadetti e Giovani” a Bourges in Francia ad aprile e il terzo oro il mese dopo ai “Campionati Italiani Cadetti” ad Acireale. In terra siciliana Matteo si è regalato anche un argento nel torneo Giovani under 20, coronando una stagione perfetta. Insomma, un bottino senza precedenti di cui va fiera anche la Società di Educazione Fisica Virtus, che ha visto sbocciare questo enorme talento sulle pedane del centro di via dello Sport.

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Tanti successi preparati giorno dopo giorno con sudore e dedizione, in disparte dalle attenzioni dei media.
Per arrivare a questi livelli Matteo non si allena meno di quattro ore al giorno e quando ritorna alla base dalle varie spedizioni in giro per l’Europa, per recuperare le giornate perse a scuola – “a settembre inizierò la quarta liceo scientifico” – rinuncia spesso alle uscite con gli amici. L’apporto della famiglia inoltre non è mai mancato, anzi, “babbo viene a vedermi in tutte le gare italiane e gli europei e i mondiali non se li perde mai”.

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Difficile chiedere a Matteo quali siano i prossimi obiettivi dal momento che ha appena finito di vincere tutto.
Con naturalezza risponde “a settembre passo all’Under 20 e mi piacerebbe ripetere la stessa stagione nella nuova categoria”: determinato il ragazzo sportivamente ispirato ad Aldo Montano, anche lui con un passato (se pur breve) alla Sef Virtus.

Le interviste di Emil Banca: Dan Gay. Il pivot tutto basket, cuore e passione

Ha vinto lo scudetto e l’argento europeo con l’Italia di Messina. È alla soglia dei 55 anni ma di appendere le scarpe al chiodo proprio non ci pensa e intanto vince con la squadra dello Sporting Cleb Emil Banca.
È Dan Gay, campione rimasto nei cuori degli appassionati di basket e neosocio della nostra Banca.
Lo abbiamo intervistato per l’ultimo numero della nostra rivista Notizie Emil Banca: ecco cosa ha raccontato al collega Filippo Benni (a seguire l’intervista pubblicata sul periodico della Banca e sul nostro canale youtube).

Il pivot Emil Banca tutto basket, cuore e passione

Ha giocato finali e vinto lo scudetto, al collo porta una medaglia d’argento conquistata agli europei di Barcellona, ha combattuto con i centri più forti visti nel nostro Paese.
Era in campo nella madre di tutte le partite di basket giocata sotto le Due Torri, quella gara cinque del derby scudetto che ha segnato il momento più alto di BasketCity. Ma è ascoltarlo mentre parla di quella volta che con i ragazzi del Cleb Emil Banca, a Rimini, ha conquistato una finale Interzonale ribaltando il -27 dell’andata, con un canestro allo scadere nella partita di ritorno, che ti fa capire la differenza tra i campioni e gli altri: quei giocatori che, se pur bravi, restano semplici giocatori.
Mai banale, sempre diretto e sincero, un gran cuore e una gran passione per la pallacanestro. Nelle sue vene scorre sangue biancoblù, il suo nome è Dan Gay, classe 1961, nato a Tallahassee, Florida, amico di lunga data e neo socio di Emil Banca.
Di passaporti ne ha due, uno americano e l’altro tricolore, ottenuto all’inizio degli anni Novanta per matrimonio, “ma per giocare in nazionale ho dovuto lottare, sono dovuto andare al Tar e, dopo aver vinto la causa contro Petrucci ho dovuto aspettare un sacco di anni perché, forse per ripicca, anche se ero un centro allora dominante, non mi chiamavano”.

Fino a quel 1997, con Messina sulla panchina azzurra, quando vi siete arresi solo in finale contro marziani della Juguslavia…
Quando mi hanno convocato non volevo nemmeno andare. Non mi chiamavano quando ero in grado di stare in campo 40 minuti mentre adesso, a 36 anni, mi costringono ad andare?!? Ma rischiavo la squalifica e allora mi sono adeguato. Alla fine fu l’esperienza più bella della mia vita. E mi fece ancor più arrabbiare.

Oltre che in Fortitudo, hai giocato con Cantù, Treviso, Pistoia e Pesaro. Da qualche anno giochi con la squadra nata all’interno del circolo Emil Banca in cui militano sia dipendenti che amici. Come è nata questa avventura?
Finito con il professionismo non ho smesso di giocare, girando diverse squadre di Bologna. Fin che corro non abbandono. Se sei integro e hai la passione dentro, non puoi smettere. Ma la mia pallacanestro adesso è divertimento. Se non mi diverto, cambio. Qualche anno fa ero rimasto senza squadra e ho incontrato il Doves (il collega Marco Dovesi dell’Ufficio Estero,ndr) con cui avevo giocato alla Libertas Ghepard. 
é stato lui a coinvolgermi.

E come è andata?
È stato fantastico. Ho trovato un gran gruppo con un gran atteggiamento. Tutti giocano per stare assieme, per divertirsi, con la stessa faccia dall’inizio alla fine delle partite. Lottiamo per vincere, ma se perdiamo dopo aver dato tutto va bene lo stesso. Una birra e via. La pallacanestro è vita, si vince e si perde.

Voi spesso vincete…
A Rimini, alle finali del Torneo Interzonale, è stato bellissimo. Siamo andati in trasferta in pullman. Dopo una partita andata male siamo rimasti squadra, ci siamo detti che l’unico modo di vincere il torneo era quello di vincere di 28 punti il ritorno. Siamo tornati in campo con tranquillità, attenzione, piano piano, possesso dopo possesso, siamo arrivati all’ultimo secondo a -2 poi la bomba di Lambo allo scadere ci ha fatto ribaltare il risultato. Dovevi vedere che festa, in campo e dopo.

Una vittoria quasi impossibile…
Nel basket nulla è impossibile. Meno 4 a pochi secondi dalla fine: per la Virtus sembrava finita invece, grazie a Zancanella…

Stiamo parlando di gara 5 del derby scudetto 1997-98. Una serie da film, decisa dal tiro da 4 di Danilovic dopo il fallo subito da Wilkins…
Quello è uno degli episodi della mia carriera che proprio non mi va giù. Una serie da flebo, con tutte le partite decise all’ultimo tiro. è stata tosta. L’arbitro ha sbagliato fischiando un fallo inesistente, ha sbagliato Skansi che mi ha tenuto fuori nel finale, e ha sbagliato Rivers che si è palleggiato sul piede, ma quello è l’unico errore che ci sta. Dopo quel canestro di Danilovic è stato l’unico ad avere la freschezza di provarci mentre gli altri erano ancora a bocca aperta. In fondo credo sia stato il destino a decidere che doveva vincere la Virtus. Ma l’arbitro…se non vedi non fischi, dico solo questo.

In carriera hai giocato anche con Joe Bryant, papà di quel Kobe, che è uno dei più forti giocatori di tutti i tempi…
Ho schiacciato in testa a Kobe Bryant non sai quante volte. Praticamente tutte le settimane. Non sono in tanti a poterlo dire. Aveva 5 anni e dopo l’allenamento voleva fare 1 contro 1 con me, e allora pagava. Non avrei mai detto che sarebbe diventato il più forte di tutti.

Che cos’è la Fortitudo?
è un simbolo di sofferenza, del “lottare contro”. Abituarsi a perdere ti fortifica.

Da poco sei diventato socio Emil Banca…
La vedo come una grande famiglia. Mi aspetto di stare bene come sto bene nel gruppo della squadra del Cleb. E visto come mi trattano, le mie aspettative sono molto alte. Anche perché noi abbiamo Pino (Giuseppe Calcagnile, dell’ufficio Crediti Speciali, con lui nella foto ndr). Se Dovesi è quello che mi ha portato nella squadra, Pino è il collante che ci fa stare assieme. è sempre disponibile, sempre attento che tutto sia ok, che l’organizzazione sia perfetta. Se manca qualcosa si alza e va a prenderla. In tanti mi hanno chiesto di tesserarmi e andare a giocare con loro ma a tutti dico No! Io gioco solo con l’Emil Banca.

Giallo Dozza: con il rugby i detenuti rientrano in gioco

Il rugby varca i cancelli dell’istituto penitenziario bolognese della Dozza con il progetto “Tornare in Campo” che, attraverso la pratica di questo sport e dei valori che lo caratterizzano, punta al recupero anche socio-educativo dei giovani detenuti.

La nostra Banca si è lasciata coinvolgere con entusiasmo in questo progetto del Bologna Rugby 1928, società di cui siamo partner da diversi anni, che usa la palla ovale per aiutare questi ragazzi, che  sono stati  messi “fuori gioco” dalla vita per aver commesso dei reati, a tornare in campo ritrovando ed interiorizzando valori quali  il rispetto delle regole e dell’avversario, lealtà e la solidarietà, collaborazione e sostegno reciproco tra compagni.

Dallo scorso novembre i ragazzi, selezionati tra coloro che stanno scontando la pena nella casa circondariale, sono alle prese con il girone Emilia del Campionato Nazionale C2.
Sotto la guida dei tecnici Massimiliano Zancuoghi e Francesco Di Comite, entrambi con un passato tra serie A e Super10, i giocatori della Dozza affrontanto ogni partita con grande agonismo e determinazione, mettendo a tratti in difficoltà gli avversari che alla fine portano a casa il risultato.
Ma solo quello. Perché il “terzo tempo”, cioè il ritrovo tra giocatori delle squadre rivali nel fine gara, è sinora stato esempio di bellezza sportiva e sociale e rimarrà nel cuore di tutti i giocatori coinvolti in questa esperienza perchè è il modo, che appartiene solo a questo sport ed ai suoi valori, di far  vincere tutte e due le squadre a prescindere dal risultato.

Questi ragazzi hanno preso in contropiede la vita e ora, partita dopo partita, scendono  in campo per rimettersi in discussione  ed affrontare un percorso che speriamo li porti lontano e possa fargli trovare una nuova meta nella loro esistenza. Il  rugby è uno sport di squadra che privilegia la socialità e il valore del gruppo, che fa della propria forza il giocare tutti insieme e il raggiungimento un’armonia che coinvolge tutti i membri della squadra, e non solo, perchè la squadra dei “Giallo Dozza”, giocando per ovvie ragioni sempre in casa, durante le partite è incitata dagli altri detenuti che, dalle finestre delle loro celle, seguono le imprese dei compagni e soffrono insieme a loro.

Bisogna saper vedere al di là del risultato, in qualsiasi sport; il tabellone non racconta mai tutta la partita: gli attimi di tensione nello spogliatoio, l’euforia del fischio d’inizio, la gioia di una meta o l’allegria del terzo tempo.
Queste sono le cose che rimangono nella mente per sempre, non le cifre stampate su di un referto arbitrale.

Queste cose, gli atleti della squadra di rugby dei  Giallo Dozza, lo sanno bene. Le sconfitte, a volte anche impietose,  della prima parte della stagione di questo team multietnico, non hanno scalfito il loro morale, la loro grinta e la loro voglia di partecipare; un impegno che non può che rendere orgogliosa ad una squadra  che solo dallo scorso luglio ha iniziato a cimentarsi con il il rugby.

E con loro anche noi siamo orgogliosi di questi atleti e insieme a loro, ricorderemo questa esperienza che come spesso accade nella vita sta dando risultati più importanti dei numeri
Continuate così, ragazzi, è questo lo sport che vogliamo vedere e che ci piace sostenere.

Sport per tutti e solidarietà: la missione del presidente della Lega Atletica Uisp di Bologna

Nell’ultimo numero della nostra rivista Notizie EmilBanca abbiamo pubblicato l’intervista , a cura del collega Filippo Benni, al Presidente della Lega Atletica Uisp di Bologna Franco Carati.
Abbiamo ripercorso con lui le tappe della sua vita trascorsa tra sport e solidarietà, cercando di far emergere sempre il messaggio educativo che sta dietro la pratica di ogni disciplina sportiva; con sorpresa abbiamo scoperto che uno dei personaggi simbolo del podismo bolognese, nonché organizzatore della Strabologna, ha iniziato a correre solo a 46 anni… Insomma, non è mai troppo tardi per prendersi cura del proprio benessere con un po’ di movimento.

Se siete appassionati di podismo, avete un figlio che si avvicina all’atletica o siete impegnati in qualche società sportiva bolognese, non potete non conoscerlo.
Sulle macerie di una città che ancora doveva rinascere, è stato tra i  primi a credere nel grande valore dello sport di base fondando, a Casteldebole, una delle prime polisportive di Bologna.

Dirigente lungimirante, ha provato in prima persona, anche se a tarda età, l’effetto positivo del movimento fisico, panacea di tanti mali di corpo e mente, ed oggi gira il mondo inseguendo maratone, legando sempre gare e solidarietà, dall’Emilia all’Africa.

 Parliamo di Franco Carati, socio Emil Banca dai tempi della Cassa Rurale di San Donnino, che, assieme a quella che considera “la sua Banca”, ha fatto della Strabologna uno dei più apprezzati, attesi e partecipati eventi della città, facendola sconfinare anche negli istituti scolastici, avviando all’atletica più di 4 mila ragazzi ogni anno.

Quando ha iniziato ad occuparsi di sport?
A fine anni ‘50, quando ne avevo venti. Abitavo a Casteldebole, non c’era nulla. Andammo porta a porta per trovare qualche soldo ed iniziare a fare qualcosa per i ragazzi. Raccogliemmo un milione che servì per mettere in piedi la  olisportiva. Partimmo col calcio. Qualche anno dopo, nel ‘64, vincemmo pure il campionato amatori Uisp e ci mandarono a fare una tournée in Bulgaria dove, però, credevano arrivasse il Bologna vero, quello scudettato. Ci fu un po’ di parapiglia ma con diplomazia ce la cavammo.

Il calcio però non è la sua passione…
Mi piace, ma il mio concetto di sport è diverso.
Appena nella nostra squadra iniziarono a girare soldi, mi diedi ad altro. Alla ginnastica, portandola nelle scuole quando ancora non si faceva, o al nuoto.
Sempre negli anni ‘60 organizzammo un pulmino per portare i ragazzini in piscina al Triumvirato. Tra loro c’era anche Monica Crovetti che poi divenne campionessa di nuoto pinnato ed ancora oggi è primatista mondiale.
Io mi sono sempre adoperato per far fare attività ai giovani: lo sport per me è socializzazione, imparare a stare con gli altri.

Com’era la Bologna del Dopoguerra?
Sembrava il medioevo. Non c’era assolutamente nulla, solo tanta voglia di fare.
Ricordo quando costruimmo il campo da calcio, tra le ultime case, il cippo in ricordo della battaglia di Casteldebole e il fiume.
Chiesi a Sergio Montanari, allora assessore allo sport del sindaco Dozza, se ci forniva uno scavatore. Il resto l’avremmo fatto noi. Ci diede dei matti ma ci fece avere la ruspa.
Pian piano, dopo l’orario di lavoro, abbiamo messo in piedi quello che col tempo è diventato il più bel centro sportivo di Bologna.
Ricordo che passavamo le domeniche, con tutte le famiglie, cesti in mano, a raccogliere i sassi dal terreno di gioco. Poi piantammo 150 pioppi, oggi sono altissimi.

Lo stand Emil Banca in Piazza Maggiore per la Strabologna

Per un periodo della sua vita ha però abbandonato l’attività da dirigente sportivo…
Attorno agli anni Settanta: facevo l’artigiano e per una truffa subita da un amico ebbi parecchi problemi, sia economici che fisici. Iniziai a non dormire, avevo sempre mal di testa. A 45 anni ero diventato novanta chili.

Come ne è uscito?
Con lo sport ed Emil Banca.
Quando le cose andavano male l’unico ad avere fiducia in me fu il direttore della filiale di San Donato. Mi concesse il fido con cui riuscii a ripartire e, con tanti sacrifici, a rimettere tutto a posto.
Al fisico invece pensò il medico. Devi iniziare a muoverti, anche poco ma tutti i giorni, mi disse.
E così mi avvicinai al podismo. In meno di un anno calai 7 chili.
Da allora non mi sono più fermato. La prima maratona l’ho corsa qui a Bologna a 46 anni. In tutto ne ho fatte una settantina, da New York a Mosca, da Helsinki al deserto.
Quest’estate andiamo nello Zambia a fare dei trekking e ci portiamo dietro del materiale per i bambini: per me sport è anche solidarietà.

La prima maratona corsa da Carati

La Strabologna l’ha inventata lei?
No, esiste da sempre. Io la organizzo, come Lega Atletica Uisp, da una decina d’anni.
Dissi al presidente della Uisp, Casadio, che secondo me c’erano i margini per farla crescere. Partimmo con qualche migliaio di partecipanti, l’ultima edizione ha fatto circa dodicimila pettorali.
Una manifestazione che prima era in perdita oggi tiene in piedi l’interno movimento dell’atletica ed ogni anno devolve una decina di migliaia di euro in beneficenza.

Tra i suoi partner c’è anche Emil Banca…
Insieme l’abbiamo fatta crescere offrendo a migliaia di ragazzi, con la Strabologna Scuole, i corsi di avviamento all’atletica. In questi anni abbiamo davvero lavorato assieme, confrontandoci e consigliandoci a vicenda.
C’è un rapporto ottimo e proficuo. Oltre al sostegno economico posso dire che dalla mia banca arriva sempre anche un conforto morale.
Ancora una volta, come tanti anni fa, dimostrano di avere fiducia in me.

Una classe premiata alla Strabologna scuole

L’ultimo consiglio ai ragazzi?
Fate sport, qualsiasi. Imparerete a stare con gli altri.
E se lo fate nel modo giusto, imparetere anche a saper perdere. Perchè non tutti diventano campioni.

L’impresa di Flavio, alla conquista della Via degli Dei

A mezzanotte del 4 Aprile partirà dal centro di Bologna, sotto la statua del Dio Nettuno, per raggiungere di corsa Firenze dove concluderà il percorso ai piedi sempre della statua del Dio del mare, in Piazza della Signoria. L’obiettivo è percorrere in un massimo di 24 ore, senza soste,  gli oltre 120 chilomentri della Via degli Dei, l’antica strada romana Flaminia Militare che congiungeva i due capoluoghi attraversando l’Appennino e diverse località intitolate agli dei Monte Adone, Monzuno (anticamente Mons Junonis), Monte Venere e il Monte Luario.
È questa la personale sfida del nostro collega Flavio che ha voluto intraprendere alla soglia dei suoi quarant’anni. Una vera e propria impresa che, per chi non è avvezzo a questo sport, è davvero estrema: per dare un’idea, si tratta di un percorso che facendo trekking  si copre in 4/5 giorni con tappe impegnative e sosta la notte per riposarsi alla fine di ognuna. I tempi che si è dato Flavio sono stati coperti solo da chi ha affrontato la via in mountain bike; lui correndo spera addirittura di fare meglio!

Flavio è riuscito a coniugare il suo amore per la natura con la passione,  sbocciata quando ormai era già grandicello e – difficile a credersi a vederlo oggi – per buttar giù i chili di troppo, per la corsa sui sentieri di montagna.
Spingendosi sempre un po’ oltre si è così “scoperto” un atleta di Trail Running, arrivando anche ad affrontare i percorsi più lunghi delll’Ultra Trail.
Durante gli allenamenti sulle montagne a sud della città che  lo ha accolto, è stato “folgorato” da questa strada impregnata di storia e di fascino ed ha maturato questo sogno che è ormai ad un passo dal realizzare.

Gli abbiamo fatto qualche domanda a poche ore dalla partenza, per condividere con lui le tappe, le aspettative e le sensazioni che hanno segnato la costruzione della sua impresa.

La cosa che ci viene subito spontaneo chiederti è: 120 km di corsa non stop affrontando anche un dislivello di 3.500 metri. Chi te lo ha fatto fare?

Gli Appennini per me hanno un fascino particolare. Questo fascino, combinato con la passione per il Trail Running, ha creato una miscela esplosiva, che mi ha portato a concepire questa sfida personale. Percorrere tutta la Via degli Dei, di corsa, in 24 ore.

Ci aiuti a capire in cosa consiste il Trail Running e che tipo di doti fisiche e mentali richiede la sua pratica?
Il trail running, letteralmente corsa sui sentieri, è una concezione relativamente nuova del podismo. Non si corre in pista, sulle strade o su asfalto, ma si affrontano gli stessi sentieri che normalmente sono utilizzati per il trekking. Caratteristiche imprescindibili per ogni percorso trail che si rispetti sono la salita e la discesa, le due grosse differenze rispetto alla corsa “tradizionale”.
Nessuna particolare dote fisica è richiesta, allenandosi chiunque può diventare un trail runner. Per quanto riguarda l’aspetto mentale, questo riveste una importanza via via maggiore all’aumentare dei chilometri, fino a diventare l’elemento fondamentale nelle gare di ultra trail (con lunghezza superiore ai 42 chilometri).

Da quando è nata la tua passione per questa antica via di comunicazione al momento in cui ti è balenata in testa l’idea dell’impresa son trascorsi circa 4 anni: cos’è stato a farti passare all’azione?
In questi anni ho conosciuto lentamente il percorso. Inizialmente con l’obiettivo di fare un trekking di più giorni assieme ad amici.
Ma gli anni passavano e organizzare questa uscita sembrava essere diventata una meta irraggiungibile.
Nell’autunno del 2013 ho deciso che era giunto il momento giusto, ed ho deciso di affrontarlo da solo.

L’impresa l’avevi immaginata in solitaria. Il tam tam sul Web l’ha resa qualcosa di più “sociale”. Un altro atleta affronterà con te l’intero percorso, mentre diverse persone ti accompagneranno per piccoli tratti: come ti ha fatto sentire questo cambio di prospettiva e questa voglia di partecipare alla tua impresa?
Ho passato diverse giornate invernali in solitudine, percorrendo frammenti della Via degli Dei per studiare il percorso. È stata la parte più bella e più difficile, affrontando sentieri sconosciuti tra neve, vento, pioggia e fango.
Vedevo il progetto via via acquistare concretezza con il passare del tempo, mentre coinvolgevo alcuni amici corridori nell’impresa.
Poi, con l’arrivo della primavera, è come se il mondo si fosse risvegliato dal torpore. Assieme alla bella stagione è arrivato anche Roberto Venturi, che correrà assieme a me tutto il percorso e altre persone si sono aggiunte al progetto.
È stato fantastico vivere assieme ad altri amici questo sogno nel corso delle settimane. Ora stiamo procedendo, compatti, verso la realizzazione del NOSTRO sogno, arrivare a Firenze, sommando le nostre energie.
Cito una frase che ho sempre nel cuore e che è stata sottolineata da questa esperienza, tratta da “Into the Wild”: “La felicità è reale solo quando viene condivisa”.

Dopo tanta attesa e preparazione tra pochi giorni ti lascerai questa impresa alle spalle… Hai già in mente quale sarà la prossima sfida?
La fine di ogni sfida è sempre un insieme contrastante di emozioni.
Ancora non riesco ad avere una visione nitida del futuro, ma se fossi obbligato a rispondere in questo momento, potrei affermare che la prossima sfida sarà l’arrivo di Monica, la mia primogenita, prevista per gli inizi di Maggio.

Hai già pensato a chi dedicherai la tua impresa appena giunto a Firenze?
Nel caso dovessi riuscire nel tentativo, dedicherò questa avventura alla mia famiglia: Mariagrazia, mia moglie, che mi ha supportato e sopportato in questi mesi intensi, ed a Monica, mia figlia.
La sfida in sè, invece, mi piacerebbe dedicarla a chi si prende il rischio di sognare, a tutti quelli che fanno degli sforzi, piccoli e grandi, per cambiare la propria vita.


Se volete seguire la sua impresa
sui social Flavio – che assoldato uno “staff” di amici per curarne il racconto – darà aggiornamenti sulla pagina Facebook La 24 ore degli Dei e sul Blog dedicato al Trail Running che ha aperto per condividere la sua passione.

A noi non resta che dirgli “Ci siamo, Flavio! Corri a realizzare il tuo sogno”… ma poi torna a lavoro lunedì!

Strabologna, la carica dei 12 mila

Tutto pronto, sotto le Due Torri, per la nuova edizione della Strabologna, la classica camminata, ma forse è meglio chiamarla festa, che da oltre trent’anni porta nel centro cittadino migliaia di amanti dello sport, all’insegna del benessere (quest’anno la Strabologna è dedicata alla prevenzione contro il diabete) e dell’integrazione.

Se il tempo sarà clemente –  è la previsione della Uisp –  sul crescentone arriveranno oltre 12 mila podisti.

La partecipazione quest’anno è stata aiutata anche dalla nostra Banca che ha permesso agli organizzatori la vendita dei pettorali (costano 5 euro e danno diritto anche a sconti nei negozi e a viaggiare gratis in autobus nel giorno della camminata) anche on-line.

L’evento clou si svolgerà la mattina di domenica 19 maggio, ma la Strabologna occuperà Piazza Maggiore per due giorni interi con un ricco programma di appuntamenti, sportivi e non.

La nostra Banca sarà presente in piazza per tutta la durata della manifestazione con un proprio stand, nei pressi della filiale, dove ad accogliere i visitatori ci saranno gli Young Tutor Jessica, Giuseppe, Antonella, Federica, Marco e Cristina.

Rispetto aglio scorsi anni, la Uisp ha cambiato leggermente il programma della mattina di domenica. Per dare più risalto alla loro partecipazione e per farli sentire parte integrante della camminata, i primi a partire (alle 10) saranno gli atleti con disabilità seguiti, dopo 5 minuti, dagli studenti della Strabologna Scuole Gran Prix Emil Banca (la manifestazione di cui siamo partner che da otto anni coinvolge oltre 4000 studenti delle scuole elementari della città) e, alle 10.10, dai gruppi delle associazioni guidati dal campione olimpico di maratona Venuste Niyongabo. Alle 10:15, quindi, la partenza della Strabologna per tutti.

Tra le tante curiosità e possibilità dell’edizione di quest’anno, ricordiamo il sondaggio on line per dare il nome alla nuova mascotte della Strabologna.

 

Lo sguardo verso l’alto di Marco Calamai

Marco Calamai, nell’intervista pubblicata sull’ultimo numero della nostra rivista istituzionale  a firma del collega Filippo Benni, ci racconta la storia della Fortitudo Overlimits Emil Banca, una scommessa di integrazione e superamento delle disabilità attraverso lo sport; un progetto di grande valore sociale al quale, dopo oltre 10 anni di partnership, è per noi motivo di grande orgoglio poter affiancare ancora il nostro nome.

È guardando verso l’alto che Marco Calamai, dopo una ventina di anni passati a gridare sui parquet di tutta Italia, compreso quello della Fortitudo, ha trovato una nuova dimensione.
Dai professionisti ai ragazzi con gravi difficoltà, fisiche o psichiche che siano, sempre con la stessa passione, con lo stesso impegno e con le stesse soddisfazioni. Con la pallacanestro che da semplice sport diventa la chiave per vincere la malattia ed ottenere una vera integrazione.
Ripercorriamo con il coach le tappe e la filosofia, di gioco e di vita, alla base della sua metodologia di lavoro nata con i ragazzi disabili del centro La Lucciola della professoressa Emma Lamacchia.

Coach, quando hai pensato di lasciare il basket professionista per lavorare con i disabili?
Era l’estate del 1995, un anno dopo l’esclusione di Livorno dalla serie A. Quel mondo iniziava a pesarmi molto.

Che cosa non andava?
Troppe intromissioni nel lavoro degli allenatori. Quelle dei presidenti e soprattutto quelle dei procuratori, con i giocatori più attenti alle statistiche che a noi.

Che cosa ti colpì dei ragazzi della Lucciola?
Sono rimasto molto incuriosito da quei ragazzi, alcuni con problemi molto gravi, che serenamente si muovevano per Monzuno. Andavano dal giornalaio o a fare la spesa. Accompagnati, ma molto autonomi. Ho sentito il bisogno di capire e così li ho letteralmente seguiti fino a casa, ho conosciuto la dottoressa Lamacchia e le ho chiesto se i suoi ragazzi facevano sport e, nel caso, se potevo seguirne le attività. Come tutte le associazioni di disabili, facevano equitazione e nuoto. Notai subito che il grande valore della loro attività, basata soprattutto sulla collaborazione reciproca, sul lato sportivo non era espresso. Gli sport individuali sono importanti ma hanno un grande limite. Se tu vai a cavallo e quello che va su un altro cavallo si ferma, tu puoi continuare. Se io ti passo la palla e tu non la prendi, non possiamo più giocare. Da questo assioma è partita la proposta che feci alla dottoressa.

Che fu subito entusiasta?
In realtà no. Dopo 12 anni e 360 partite in serie A, credevo che l’offerta di collaborazione, peraltro gratuita, dovesse essere subito accettata. Invece mi disse il classico ‘le farò sapere’. Sul momento ci rimasi male ma poi capii che non faceva altro che proteggere i ragazzi. Molti di loro non riuscivano nemmeno a comprendere il concetto di gioco.

Alla fine però accettò…
Mi richiamò dopo una decina di giorni e mi disse che potevamo provare. Il 17 luglio 1995 nel campo sportivo di Monzuno facemmo il primo allenamento. C’erano 17 ragazzi, alcuni celebrolesi, alcuni down, altri autistici o con disagi relazionali. Assieme a loro anche qualche ragazzo normodotato, come chiedeva la dottoressa.

Come andò?
Sono sceso in campo per allenare. Urlando, incoraggiando, rimproverando. Un allenamento vero. E così ho scoperto che si potevano allenare anche ragazzi con difficoltà mentali gravi. Ho poi chiesto alla professoressa se voleva collaborare ad un progetto che avevo intenzione di presentare alla Federazione Italiana pallacanestro. Accettò, ma a condizione che l’allenatore fossi io, visto che ormai mi conosceva e mi aveva visto lavorare. Dopo qualche anno, e dopo lo scalpore che aveva suscitato il fatto che un allenatore affermato lasciasse il movimento per allenare ragazzi disabili, mi è arrivata la proposta di esportare il progetto da Ravarino, dove ha sede la Lucciola, a Bologna. Lamacchia mi disse che non sarebbe stato facile, visto che avrei lavorato con ragazzi meno allenati dei suoi dal punto di vista comportamentale

Ma hai accettato la sfida….
Abbiamo iniziato sia con gli adulti che con i minori e siamo andati avanti per cinque anni, fino a che non mi venne l’intuizione che ha dato una svolta a tutto il progetto: volevo portare le attività dei disabili dentro le società sportive normali, farli giocare nelle squadre assieme ai normodotati.

E come hai fatto?
Era l’anno del Centenario della Sg Fortitudo e prospettai all’onorevole Tesini di tornare alle origini della gloriosa società di via San Felice, nata appunto per valorizzare l’aspetto educativo dello sport. Così nacque la Fortitudo Overlimits. Una decina di anni fa i miei ragazzi, che prima si allenavano alla Beverara, facevano il loro primo ingresso in Furla. Si allenavano prima e dopo le altre squadre. Appena entravano in palestra non erano più disabili ma giocatori normali, come gli altri. Oltre che con la Sg, dove giocano gli adulti, collaboriamo con la Bsl di San Lazzaro, dove lavoriamo con i ragazzi.

Poi è arrivato lo sponsor…

Dopo un anno di Fortitudo, sempre a Monzuno, ho incontrato Daniele Ravaglia. Cercavo sponsor per le mie attività sui media ma, come per Tesini, gli prospettai anche la collaborazione ad un progetto che credevo molto in sintonia con la storia di una banca etica come Emil Banca. Per le sponsorizzazioni disse “vediamo”, ma per la squadra disse che ci sarebbe stato assolutamente. Da allora la squadra a Bologna si chiama Emil Banca Fortitudo Overlimits. In campo vanno 3 normodotati e due disabili, per quattro volte siamo arrivati alla finale nazionale del campionato Anspi, battendo anche formazioni di promozione. Sono contento di aver garantito visibilità ad Emil Banca partendo da un progetto con un alto valore sociale.
Oggi ci occupiamo di circa 800 ragazzi in 30 centri in tutta Italia. Credere oggi nel nostro progetto è semplice, dieci anni fa non era scontato. Per questo, a prescindere dall’aspetto economico, Emil Banca sarà sempre con noi.

Hai aperto una nuova strada nello sport per disabili?
In passato il metodo integrato era guardato con sospetto, oggi lo praticano in tanti. Ma io non ho inventato niente, ho solo ascoltato i desideri dei ragazzi.

L’ultima vittoria l’hai ottenuta al Quirinale…

A dicembre, in occasione della Giornata della disabilità, il Presidente Napolitano mi ha consegnato il riconoscimento speciale per ‘essere andato oltre i percorsi conosciuti’ nell’attività con i disabili. è stato un bel momento, mi dispiace solo che mio padre non l’abbia potuto vedere, sarebbe stato molto orgoglioso.

La bella storia dei ragazzi del S. Agostino in un libro

I ricordi, le passioni, gli aneddoti e i racconti color seppia dei ragazzi di Porta Castiglione che in sei anni, partiti da un orto trasformato in campetto nel retro della chiesa della Misericordia, si trovarono a giocare contro Calebotta e Riminucci in quel mitico catino che è il “Madison” di piazza Azzarita, che proprio in quegli anni apriva le proprie porte ai tifosi bolognesi.

È proprio una bella storia della pallacanestro bolognese quella raccontata dagli  in un libro edito per Savena Setta Sambro, realizzato in collaborazione con la nostra Banca, che sarà presentato, mezzo secolo dopo quella fiabesca avventura, martedì 18 dicembre alle 18 all’ex cinema Castiglione (Piazza di Porta Castiglione, 3) dagli stessi “ragazzi” che ne furono protagonisti.

Il S. AGOSTINO – Una bella storia di pallacanestro bolognese” (10 euro,  ricavato donato interamente in beneficenza) è curato dal giornalista sportivo Giuliano Musi e contiene i testi di tre ex giocatori: Andrea Chiesa, Riccardo Bini e Franco Degli Esposti, ex vicesindaco di Bologna.

Nelle 96 pagine della pubblicazione, con prefazione del nostro direttore Daniele Ravaglia, tante immagini d’epoca, un pezzo dello storico Marco Poli che racconta la Bologna degli anni Cinquanta e Sessanta e un intervento di Tino Dovesi, ex coach della Castiglione Murri.

Il libro parte dai primi anni di vita del S. Agostino quando, nel 1953, il nuovo Parroco della Misericordia, don Giorgio De Maria, decise di destinare il terreno dell’orto della parrocchia a campo giochi per i ragazzi. Presto, per lo stupore dei tanti “cinni” che lo affollavano, quello spazio rubato all’agricoltura da polveroso campo da calcio venne trasformato in un campo da basket.

Era una grande novità, nessuno di noi frequentatori conosceva la pallacanestro ma eravamo affascinati da quel campo, bene asfaltato, con tabelloni regolamentari e le righe bianche per terra, cominciammo così a tentare di buttare il pallone dentro a quel canestro, sempre troppo alto e troppo piccolo per le nostre capacità”, si legge nelle pagine del libro.

In poco tempo Don Giorgio mise in piedi una squadra che, dopo le inevitabili difficoltà iniziali, si mise a vincere partite a ripetizione.
Nella stagione 1954/55, con un gruppo di ragazzi ancora minorenni, il S. Agostino disputò e vinse il campionato di Prima Divisione. Quella promozione fu la prima di una lunga serie che li portò prima in Promozione poi in serie C e infine in serie B.
Nell’estate del 1959 il Moto Morini, eccellente squadra di Prima Serie, si sciolse rinunciando al diritto di disputare il campionato successivo. “Non so come – scrivono gli autori – ma il S. Agostino si trovò a rilevare questo diritto e così tentò il doppio salto, dalla serie B alla Prima Serie sorvolando la serie A”.

E così, solo sei anni dopo la costruzione di quel campetto, i ragazzi del S.Agostino si trovarono nella massima serie del campionato di pallacanestro italiano, a giocare, al Palazzo di piazza Azzarita, contro leggende della palla a spicchi come le V nere e le Scarpette rosse del Simmenthal Milano, che quell’anno si giocarono lo scudetto (alla fine vinse Milano, per la quarta volta consecutiva).
Quella stagione il S. Agostino retrocesse in serie A togliendosi però la soddisfazione di vincere 3 partite, arrendendosi a Rimunicci e compagni, nella partita casalinga con Milano, solo per pochi punti (54-58).

L’anno dopo, 1960-61, venne affrontata la serie A con le sole forze della squadra parrocchiale, avendo perso l’aiuto dei giocatori più forti che trovarono facilmente altre squadre di Prima Serie in cui giocare.
Quello fu l’ultimo dei campionati vissuto da protagonisti dei ragazzi della parrocchia. Nella stagione 61-62 entrò infatti il primo sponsor di peso, l’Alcisa, che accompagnò il S.Agostino fino alla stagione 1965-66 quando passò il diritto alla Fortitudo, per anni acerrima avversaria, come testimoniato con un bel ricordo dall’ex Fortitudo Sandro Samoggia.

Gli ultimi atti di questa avvincente, e a tratti commovente, storia di basket bolognese li racconta invece Marco Sanguettoli, attuale allenatore della Virtus Bologna under 15 e under 17, figlio di Franco, ex allenatore del S. Agostino, che ripercorre le sorti della squadra dopo il 1966.

Il rugby, la mischia e l’organizzazione aziendale

Dopo la pausa estiva ripartono il 18 settembre  “Le scommesse: conversazioni a tema“, appuntamenti coordinati dal prof. Enzo Spaltro (Responsabile scientifico dell’Università delle Persone) che vedono confrontarsi personalità del mondo accademico e relatori provenienti da diversi ambiti e settori economici.

Con ancora negli occhi le imprese degli atleti che a Londra, tanto nelle Olimpiadi che nelle Paraolimpiadi, hanno dato vita all’edizione più seguita di tutti i tempi dei Giochi, protagonista della scommessa numero 15 non poteva che essere lo sport.

La nuova scommessa proposta dal prof.  Spaltro, infatti,  prende spunto da una disciplina di squadra molto particolare, il rugby, per costruire un parallelo con la vita organizzativa.
Sul tema dell’incontro “Scrum, la mischia nel gioco del Rugby e la sua applicazione organizzativa”  si confronterà con Carlo Castagnola (Marketing Manager Bologna Rugby 1928),  Andrea Dalle Donne (Presidente Pasubio spa – Parma) e Michele Messina (Direttore Generale presso Simp Gas Srl) su alcuni concetti, valori e dinamiche di questo sport che, applicati al mondo aziendale,  possono contribuire a migliorare il clima internovalorizzare il contributo del singolo e creare maggiore interdipendenza e spirito di solidarietà tra i collaboratori.

L’incontro, come sempre sostenuto da Emil Banca ed organizzato dalla Fondazione Enzo Spaltro in collaborazione con l’Università delle Persone,  si terrà presso sala Marconi della nostra sede del Business Park (a Bologna in via Trattati Comunitari Europei n° 17), a partire dalle ore 17.30.
Sarà preceduto dalla presentazione della Scuola di specializzazione UP SSBB – Benessere e Bellessere delle Persone – Le nuove frontiere del lavoro (ore 15.30 – 17.30) e delle attività del nuovo anno accademico dell’Università delle Persone

Quando una sella ti avvicina alla vita

Ogni tanto ci piace raccontare delle storie positive con le quali, grazie al nostro essere banca locale aperta allo scambio con le  persone e le comunità, entriamo in contatto e che siamo convinti contribuiscono ad accrescere il capitale sociale del nostro territorio. 
Oggi vogliamo condividere quella dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Un Cavallo per tutti, tratta da un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista nelle Valli Bolognesi, che curiamo per AppenninoSlow, da cui  sono prese anche le immagini. 

Da un pediatra con la passione per i cavalli è nata un’associazione che, nei centri equestri della montagna a sud di Bologna, prende in cura ragazzi con gravi problemi psico-fisici.
Si chiama Un cavallo per tutti l’Asd che, nata un paio di anni fa, si è già imposta come una delle realtà più importanti e qualificate che nel bolognese usa i cavalli come vera e propria medicina.

“Il cavallo è un mediatore eccezionale per entrare in comunicazione con i ragazzi che hanno difficoltà comportamentali, dalle più leggere alle più gravi forme di autismo – spiega il presidente Renato Rondinella, medico pediatra con in tasca un tesserino federale da istruttore e nostro socio.

“Gli studi sulla ippoterapia sono vecchi di quasi un secolo – aggiunge – inizialmente si utilizzavano i cavalli  per curare le paralisi celebrali infantili, come atassie, spasticità o distonie. Il movimento del cavallo, in particolare al passo, è sovrapponibile alla marcia dell’uomo e sulla persona che lo cavalca agiscono le stesse forze che agiscono su chi cammina. Di fatto, il cavallo è usato come macchina meccanica attraverso il cui esercizio si dà modo a soggetti che non hanno mai deambulato di sentire le stesse sollecitazioni di chi cammina, agendo così sul raddrizzamento e sul controllo di testa, tronco e bacino”.

Oltre ai problemi legati a questo tipo di patologie, che dal secolo scorso sono in costante calo, l’ippoterapia oggi è molto utile per chi ha problemi relazionali o comportamentali, anche dei più debilitanti come le sindromi autistiche gravi.

“L’autistico – chiarisce Rondinella – è un bambino che vive in un mondo tutto suo. Spesso non riesce nemmeno ad incrociare lo sguardo della mamma e sfugge ai rapporti sia con i pari età che con i genitori. I cavalli sono la chiave di volta per aprire porte chiuse. Questi grandi animali fieri e poderosi hanno forti valenze simboliche: evocano potenza, controllo e aiutano l’autostima. Chi nella vita è limitato, quando impara a condurre un cavallo acquista fiducia, coscienza delle proprie capacità ed inizia un percorso verso l’abbandono dell’autoemarginazione”.

Un cavallo per tutti, che oggi conta circa 60 tesserati e tra i cinque e tredici operatori, “tutti volontari a cui corrispondiamo al massimo un semplice rimborso spese”, è nata dalla volontà del Comune di Marzabotto che ha fatto da capofila per le altre amministrazioni dei comuni montani, coinvolgendo nel progetto Monzuno, Sasso Marconi, Grizzana Morandi, Vergato e Porretta Terme.

“Nel progetto ci sono i servizi sociali, i circoli didattici del territorio e i servizi di igiene mentale e neuropsichiatria infantile del distretto sanitario della montagna – spiega Rondinella – questo comitato scientifico ci indirizza i bambini che poi noi prendiamo in carico”.

L’associazione, che è iscritta al Coni, non ha una sede propria ma settimana dopo settimana si avvale della collaborazione di vari centri equestri della montagna.

“Nel 2010 abbiamo iniziato l’attività appoggiandoci al circolo ippico Valganzole – continua Rondinella – dove, oltre a lavorare con una decina di ragazzi, abbiamo organizzato un corso di formazione per operatori sanitari per sviluppare progetti di turismo a cavallo dedicato ai disabili. Sia a sella che con la carrozza. Progetti che mirano a diffondere la conoscenza del nostro territorio, renderlo fruibile anche alle carrozze (penso alle aree golenali) in modo da promuovere attività inclusive per disabili e normodotati”.

Oltre a Sasso Marconi, l’associazione ha trovato ospitalità in altri centri ippici: all’azienda agricola Cà Bettolino di Davide Serra (a Vado), al centro ippico Cà Fortuzzi di Paolo Novi (al Piccolo Paradiso, Sasso Marconi), all’azienda agricola Monte Termine (Marzabotto) di Federico Bernardi, al centro ippico Accademia Caprilli del campione olimpico Mauro Checcholi (a Pieve del Pino, Sasso Marconi), e al centro ippico le Ginestre di Barbara Andreoli (ai Cinque Cerri, Sasso Marconi).

 “Lavoriamo durante il periodo scolastico – continua Rondinella – Tutti i lunedì da ottobre a giugno, più le iniziative più ludiche che facciamo nei fine settimana”.

La scelta del lunedì non è causale. “È il giorno in cui i maneggi sono chiusi e così riusciamo a strappare dei prezzi più bassi”. Visto che l’obiettivo dell’associazione è quello di offrire il proprio sevizio a tutti, compreso chi non può pagare. “I Comuni hanno poche risorse e quindi non riescono a darci una grossa mano – aggiunge Rondinella – mettono il trasporto dei ragazzi e poco più”. Anche le Asl danno supporto scientifico e poco altro, visto che, in assenza di risorse, l’ippoterapia non è erogata dal servizio sanitario.
“Ci reggiamo, oltre alle risorse che ci metto io – conclude Rondinella –  grazie alla solidarietà. Quella degli operatori che lavorano con noi gratis e quella delle sorelle Neri di Marzabotto che, con la loro associazione Mano Tesa, ogni hanno ci garantiscono un po’ di fondi”.

L’obiettivo per il futuro? “Trovare un centro che metta a disposizione della nostra attività più giorni e più cavalli, ma sempre a costi calmierati, in modo da sostenere un servizio più agevole ed aumentare il numero di bambini presi in carico”.

Per contattare l’associazione:
A.S.D. UN CAVALLO PER TUTTI – Via Poggio di Veggio 42, Grizzana Morandi BO
Presidente: Renato Rondinella, tel. 347 3113003
uncavallopertutti.09@gmail.com