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Un autunno alla scoperta di montagna e pianura bolognese

Nelle Valli Bolognesi e in Pianura

La copertina del numero dell’autunno 2015 con la foto di Salvatore di Stefano

I castelli, con la splendida Rocchetta Mattei che caratterizza la copertina, sono ancora protagonisti di Nelle Valli Bolognesi e in Pianura, il trimestrale realizzato da Emil Banca in collaborazione con Appennino Slow.

La rivista, seguendo il ritmo delle stagioni, invita a girovagare nel bolognese alla scoperta di storie e curiosità delle località più o meno note, a ritrovare  tradizioni dimenticate e conoscere e valorizzare flora, fauna e incantevoli angoli di natura del nostro territorio.

Per l’autunno il  viaggio tra i castelli del bolognese, iniziato nel numero estivo, riparte dall’originalissima struttura, fresca di restauro e riapertura al pubblicodei primi del Novecento che si erge a Riolo, e prosegue poi per Bruscoli e Scarperia.

All’interno della rivista, poi, tante suggestioni per vivere e conoscere territorio e quanto può offrire di particolare nella stagione autunnale attraverso approfondimenti e curiosità, proposte di  escursioni, eventi.

Nelle Valli Bolognesi e in Pianura

Rocchetta Mattei, foto di Salvatore di Stefano

Spazio poi anche agli animali con l’alfabeto  fotografico di William Vivarelli ma anche per raccontare la biodiversità che caratterizza i diversi microambienti che caratterizzano la nostra montagna e la pianura.

Nelle Valli Bolognesi e in Pianura

Il Gambero di fiume, foto archivio Hydrosynergy

Nelle Valli Bolognesi si trova gratuitamente in formato cartaceo in tutte le filiali della Banca e negli uffici turistici della provincia di Bologna, mentre in formato pdf si può leggere su www.emilbanca.it
L’abbonamento è invece a pagamento e si può richiedere scrivendo a info@appenninoslow.it.

san martino

Nelle Valli Bolognesi e in Pianura: un’estate alla scoperta dei castelli

Ne sono stati censiti 200, se ne realizzarono lungo tutto il Medioevo, soprattutto tra il X e il XIII secolo. Molti oggi sono scomparsi, di altri ne rimangono poche pietre, altri ancora sono stati rifatti durante l’Ottocento. Sono i castelli disseminati tra l’Appenino e la provincia di Bologna, tesori del nostro territorio che ci invita a scoprire il numero estivo di Nelle Valli Bolognesi e in Pianura: la rivista, che curiamo in collaborazione con Appennino Slow, gli dedica l’apertura a firma di Michelangelo Abatantuono (scarica la rivista in formato pdf per leggere l’intero servizio).

Castello di San Martino in Soverzano (Minerbio)

Originali, finti o ristrutturati: ecco i catelli del  bolognese

«Dove un giorno il trovèro ed il menestrello modulavano sulla mandola e sul liuto la còbbola e la sirventa alle belle castellane, stormisce il vento, sibila il serpe; l’edera tenace e i dumi e gli sterpi tengono luogo dei serici drappi, degli aristocratici panneggiamenti!» Così scriveva nel 1904 Giuseppe Bettini nella Guida di Castiglione dei Pepoli, quando suggeriva la visita al castello medievale di Civitella, una delle più misteriose e intriganti memorie di quell’epoca remota che ancora oggi rimangono nella montagna bolognese. Nelle rovine castellane, ancora oggi imponenti, si immaginava con sensibilità romantiche un tempo passato fatto di ricche stanze, potenti padroni e giornate scandite dalle cadenze di una corte che forse mai vi fu.

Castello di Elle

Gli storici hanno fugato almeno in parte leggende ed esagerazioni ma, nel territorio bolognese in senso stretto (eccettuato quindi l’imolese), recenti studi indicano che i castelli (grandi, piccoli o semplici torri di avvistamento) assommano alla considerevole cifra di oltre 200 unità.
Cifra che sembrerebbe dare ragione a quanti s’immaginano un Medioevo dove si costruiva un castello su ogni poggio e, in pianura, ad ogni incrocio di strade. Non che questo quadro sia del tutto scorretto, ma il Medioevo fu lungo e gli insediamenti fortificati nacquero e si estinsero in periodi diversi e lontani fra loro. E furono costruiti con materiali e forme differenti a seconda dei tempi, delle necessità e degli invasori che bisognava fronteggiare. Semplici torri contornate da una palizzata di legno all’inizio; poi si incominciò ad usare la pietra e quindi i mattoni, dove questa non era disponibile naturalmente, o alla fine dell’età di mezzo, quando le armi da scoppio resero vane le mura e le difese che solo pochi decenni prima garantivano la vita e la salvezza dei castellani.

Di castelli se ne realizzarono lungo tutto il Medioevo, dal V al XV secolo, anche se in certi periodi se ne costruirono di più. Tra X e XII secolo, per esempio, e poi nel secolo successivo quando il Comune di Bologna che avanzava nel contado, necessitava di punti forti per il controllo del territorio (l’ultimo fu Castel Guelfo nel 1309). Tra XII e XIV si ha la prima attestazione di oltre il 70% dei fortilizi censiti. L’incastellamento fu un fenomeno più concentrato nella collina e in montagna (il territorio irregolare richiedeva più punti di controllo), ma anche la pianura fu interessata e diversi castelli sopravvissero e furono ampliati durante l’età moderna da nuovi signori. Di così vasto numero di insediamenti castrensi oggi non rimane molto e quel che resta è vittima delle ingiurie del tempo che inesorabilmente trascorre. Eppure chi volesse qua e là assaporare sensazioni e scorci castellani può percorrere le strade della pianura e della montagna, aiutato anche dai fortilizi neo-medievali del tardo Ottocento, quando i tempi non erano ancora vittima di futuribili ricostruzioni virtuali e si rifaceva un Medioevo, seppur romanticizzato, a suon di calce e di mattoni…

Castello di Montorio

Andiamo dunque alla scoperta di alcuni di questi esempi, antichi e meno antichi, integri e meno integri, eppure tutti in grado di trasmettere emozioni e di ricostruire per gli avidi occhi di oggi le forme di un tempo ormai trascorso.
La strada che da San Giovanni Persiceto conduce a Ferrara porta all’austera mole della “Giovannina”, turrito castello costruito a San Matteo della Decima dalla famiglia bolognese degli Aldrovandi, di cui si ha notizia dal tardo Quattrocento. Nel 1544 passò ai Pepoli e poi di nuovo agli Aldrovandi che nella seconda metà del Seicento diedero al castello le attuali forme, chiamando il Guercino a dipingere gli splendidi affreschi che ornano alcune sale. Passarono le stagioni e la signorile dimora, al centro di un’ampia azienda agricola, perse le forme originarie. Fu l’ingegnere bolognese Giuseppe Ceri che a cavallo tra Ottocento e Novecento riconferì parvenze medievaleggianti all’antico maniero, non senza lasciare le nuove ed interessanti pitture in stile liberty di Aristide Zanasi e Alessandro Scorzoni.
La Rocca Isolani a Minerbio, oggi di fattezze cinquecentesche, fu sede del feudo concesso nel 1403 dai Visconti alla famiglia bolognese degli Isolani. Nei decenni successivi alterne vicende tolsero e ridiedero i possedimenti alla nobile famiglia. Minerbio dovette sostenere gli attacchi di Annibale Bentivoglio, degli eserciti uniti di Visconti e Aragona, dei Gonzaga, per ritornare nel 1525 agli Isolani che, dopo il saccheggio dei Lanzichenecchi del 1527, fecero riparare il castello e la rocca. Per affrescare le sale venne chiamato Amico Aspertini, pittore eccentrico nello stile e nell’esecuzione delle opere, “uomo capriccioso e fantastico”: si dice che fosse ambidestro e dipingesse con entrambe le mani, così da creare effetti inconsueti per quei tempi. La rocca, di forme pressoché quadrate, ha un vasto cortile interno alleggerito da un doppio porticato in stile rinascimentale, al cui disegno non dovette essere estraneo il celebre architetto Jacopo Barozzi detto il Vignola.
A poca distanza sorse il castello di San Martino in Soverzano, che si sviluppò da una torre costruita dalla famiglia Ariosti. Furono però i Manzoli che nel Quattrocento conferirono alla costruzione nuove forme, con tanto di fossato colmo d’acqua, completate nel 1684 dal singolare portico che dava ricetto all’annuale mercato di merci e bestiami. Il tempo e l’uso ne compromisero le originarie strutture e nel tardo Ottocento fu oggetto di pesanti rifacimenti esterni ed interni, opera di Alfonso Rubbiani, tesi a ripristinarne una “presunta medievalità”.
All’imbocco della valle dell’Idice, un ardito maniero tutto di pietra serena sembra preannunciare le architetture toscane, eppure ci troviamo a pochi passi dalla via Emilia. Si deve alla volontà del marchese Alfonso Malvezzi Campeggi, che dal 1888 fece arrivare il materiale da costruzione dalle cave di pietra serena di Firenzuola, con un interminabile trasporto su birocci trainati dalla forza animale. Il castello fu pronto nel 1894 e accolse il Malvezzi e la sua sposa. Per l’inaugurazione si preparò un augusto banchetto, macellando quattro bovi, una decina di maiali e stuoli di polli e capponi. Per il marchese fu gioia di breve durata, poiché passò a miglior vita l’anno successivo. Durante la seconda guerra mondiale fu ricetto per decine di sfollati, per poi tornare residenza privata.
Salendo le pendici dell’Appennino non mancano diversi esempi di architettura fortificata.
Tra quelli più curiosi vi è il castello di Elle, in comune di Monzuno. Chi ne ammira le superbe fattezze dall’opposto versante della val di Setta, presso Rioveggio, è portato a immaginarvi chissà quale signorile dimora, crocevia di traffici politici ed economici. Invece si tratta di un borgo cinquecentesco con abitazioni, oratorio e torre colombaia che nel tardo Ottocento venne dotato di effimere quanto aberranti merlature e murature atte a camuffarne le reali origini e a renderlo un perfetto insediamento fortificato in stile neogotico.
Meno appariscente ma realmente genuina è la torre di Montorio, che conserva ampi tratti del tipico castello medievale della montagna, mirabilmente conservato dalla famiglia Berti Arnoaldi. Infine il castello di Civitella (Castiglione dei Pepoli), uno dei fortilizi medievali abbandonati meglio conservati di tutta la montagna. Imponenti sono ancora oggi le vestigia: la cerchia muraria, con tanto di torrione mozzato, conserva pressoché tutto il perimetro (85 metri circa), con tratti alti anche diversi metri. La località, menzionata nel Duecento, è sede castrense sicuramente nel secolo successivo, opera forse dei conti Alberti che si stavano consumando nelle ultime lotte contro il Comune di Bologna. Qui la còbbola e la mandola con cui abbiamo aperto forse davvero risuonarono nelle fredde stanze, dove antiche stirpi spensero l’austero Medioevo. Nuove dimore sopravvennero, ma i loro padroni non erano più eredi della tradizione militare ma di quella notarile e mercantile.

Per i 120 anni di Emil Banca la rivista Nelle Valli Bolognesi racconterà anche la pianura

La valorizzazione della natura, della storia, dell’arte e della cultura e delle tradizioni locali sono centrali nelle attività di Emil Banca perchè il territorio in cui opera è elemento fondamentale della propria identità. Per questo abbiamo voluto che, tra le iniziative per celebrare i 120 anni di attività della nostra bcc, rientrasse anche quella di arricchire la rivista “Nelle Valli Bolognesi”, dedicata alla promozione del turismo sostenibile in Appennino e alla conservazione della memoria di questi luoghi, fino a coprire anche le aree di pianura.

È proprio in pianura, a Baricella, che inizia nel 1895 la storia di Emil Banca: qui, infatti, è nata la prima cassa rurale da cui, nel corso di 120 anni e dell’unione delle esperienze di 13 diverse Casse di montagna e pianura (tra Bologna, Ferrara e Modena), ha avuto origine la nostra Bcc.

Nato 7 anni fa dalla collaborazione tra la Banca ed AppenninoSlow, allora neonato consorzio di promozione turistica dell’ex Comunità montana Cinque Valli, Nelle Valli Bolognesi sinora ha parlato soprattutto di montagna.
Dal numero di primavera 2015 la rivista ha modificato il nome in Nelle Valli Bolognesi e in Pianura  ed Emil Banca la valorizza aumentandone il numero di pagine, la tiratura ed il territorio di competenza anche alla Bassa bolognese: dalle bellezze naturalistiche a quelle del passato, dalle storie sui personaggi che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo delle nostre comunità alle inchieste.

Maschio di canapiglia

Gli scatti di William Vivarelli: maschio di canapiglia

Il trimestrale mette in rete oltre ai promotori, numerose associazioni, gruppi culturali, Pro Loco ma anche  appassionati di storia locale che offrono il proprio contributo per arricchirne i contenuti e rendere il prodotto editoriale sempre più apprezzato e diffuso. Collaborazione divenuta più ampia ora che si sono estesi i confini geografici del territorio oggetto di approfondimenti.

Castello di San Martino in Soverzano (Minerbio)

Castello di San Martino in Soverzano (Minerbio)

Per questa prima uscita in versione ampliata, Nelle Valli ci porta a Bentivoglio all’Oasi La Rizza per scoprirne le peculiarità naturalistiche, il lavoro dell’uomo e le tracce della storia della Resistenza; ci fa poi conoscere la storia di Prospero Baschieri “Pruspròn”, il contadino ribelle che combattè contro le truppe francesi  di Napoleone divenendo simbolo della rivolta contro l’ingiustizia e l’oppressione tra Bologna e Ferrara. E ancora ci fa scoprire l’antica tradizione liutaia conservata e valorizzata dal Museo della Musica allestito nel foyer dell’ottocentesco teatro di Pieve di Cento. Non mancano poi le segnalazini di percorsi naturalistici nella Bassa e gli eventi che vi si svolgeranno da qui all’estate, tra cui il singolare Festival dell’Ocarina, dedicato allo strumento pop0lare a fiato che fu inventata nel XIX secolo, a Budrio, da Giuseppe Donati.

 

Nelle Valli Bolognesi e in Pianura in formato cartaceo è in distribuzione gratuita in tutte le filiali della Banca e negli uffici di promozione turistica di Bologna, Modena e Ferrara.
La versione in pdf si può scaricare su www.emilbanca.it.

Speriamo che il regalo che abbiamo voluto fare alle nostre terre e a chi vi vive per ricordare il legame che ci unisce da 120 anni, incontri l’apprezzamento dei lettori affezionati della nostra rivista e ne avvicini di nuovi; ma ci auguriamo anche che, grazie alla diffusione sempre più capillare dei contenuti, cresca il numero delle persone che raccolgano l’invito a scoprire e conoscere meglio le tante bellezze di questi luoghi, scegliendo la modalità del turismo lento, in grado di far apprezzare quella qualità e quel senso della vita che da sempre caratterizzano le nostre comunità locali.

La grande bellezza? È nelle Valli Bolognesi

La fauna minore dell’Appennino è protagonista del servizio centrale dell’ultimo numero di Nelle Valli Bolognesi, che realizziamo insieme ad AppenninoSlow per far conoscere la cultura, la storia, la natura e l’arte custiditi nella montagna a sud di Bologna e promuovere il turismo “slow” per andare alla scoperta di questi territori.

Con l’articolo di Francesco Grazioli, corredato dalle sue splendide foto, puntiamo i riflettori sulla biodiversità di queste zone, uno degli aspetti della “grande bellezza” da conservare, proteggere e valorizzare.

Puoi sfogliare on line nelle Valli Bolognesi Estate 2014 oppure richiedere la versione cartacea nelle nostre filiali, negli Iat e nelle strutture turistiche delle province di Bologna, Modena e Ferrara.

 

La chiamano biodiversità
Molti e variegati sono gli aspetti ambientali che caratterizzano le nostre vallate.
Seguendo il gradiente altitudinale che dalla Pianura Padana ci accompagna fino al profilo frastagliato della Dorsale Appenninca, ci si rende conto di come il paesaggio muti, assecondando sia fenomeni naturali come le emergenze litologiche, di cui troviamo massima espressione con i Gessi, le Arenarie e i diffusi calanchi, che storico-sociali come l’abbandono della fascia pedecollinare operata dall’Uomo negli ultimi decenni.
Abbandono che però, in certe vallate, ha avuto un’espressione  minore, lasciando un mosaico agricolo di assoluto pregio non solo dal punto di vista paesaggistico o culturale ma anche e sopratutto ambientale.

Questa ricchezza, vero e proprio valore aggiunto della nostra Provincia, può vantare una moltitudine di comunità vegetali e faunistiche uniche, non solo a livello regionale o nazionale, ma anche europeo.
L’UE individua infatti, grazie alla Direttiva Habitat 92/43/CEE, Siti di Interesse Comunitario e Zone a Protezione Speciale che sono volte a tutelare specie e contesti ambientali dal forte significato conservazionistico.
Nella sola Provincia di Bologna ne contiamo una trentina, alcuni dei quali coincidono con i contorni di Parchi e Riserve regionali.

La loro funzione è quella di costituire veri e propri “nodi” all’interno di una “rete”, in cui le aste fluviali e la posizione strategica di alcuni SIC e ZPS hanno funzione di collegamento (i cosiddetti “corridoi ecologici”).
Un patrimonio, in termini di Biodiversità, davvero notevole ed unico, sottoposto sempre più alle attenzioni degli enti preposti allo studio, tutela e valorizzazione di quello che è, a tutti gli effetti, un bene di tutti.
Focalizzando l’attenzione sul tema funistico, gli stimoli innescati dal Progetto Life+ “Pellegrino”, che ha portato sul nostro territorio innumerevoli azioni concrete di conservazione tra il 1998 ed il 2002, hanno dato vita alla Legge Regionale n° 15 del 2006 “Disposizioni per la tutela della fauna minore” volta a proteggere nello specifico quelle forme animali misconosciute cui fanno parte: micromammiferi, chirotteri, insetti, pesci, rettili, anfibi e invertebrati.

 

 Ingiustamente snobbati, se non perseguitati, poiché al centro di ataviche leggende ed infondate dicerie, sono i tasselli fondamentali delle catene trofiche che tengono in equilibrio gli ecosistemi – troppo spesso alterati dall’onnipresente mano dell’Uomo – agendo come antagonisti naturali di quelle specie che, con ogni mezzo e a costo di avvelenarci, cerchiamo invano di eradicare da decenni.
Pensiamo agli insetti che danneggiano le colture, prede naturali nonché quotidiane di toporagni, pipistrelli, rettili ed anfibi!
Pura utopia il poterci liberare dei nocivi se pensiamo che oltre alla banalizzazione sempre più spinta dei contesti agricoli e forestali, che da tempo crea non pochi problemi ai nostri “piccoli alleati”, siamo riusciti ad immettere nell’ambiente specie esotiche i cui effetti competitivi ed ecologici hanno reso ancor più caotica e difficile la situazione ambientale attuale.
Quasi come vivessimo su un altro pianeta e non ci rendessimo invece conto che i primi a subire gli effetti negativi di certe azioni non fossimo noi.

 

Ecco perchè si sta cercando di correre ai ripari con censimenti mirati alle specie in Direttiva, ne è un esempio quello appena terminato dalla Regione Emilia-Romagna grazie al Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, i cui dati sono stati presentati pubblicamente all’interno di un convegno nell’aprile scorso, propedeutici per la redazione ed attuazione delle migliori strategie di conservazione.
Oltre a realizzare Progetti specifici promossi e sostenuti da Enti lungimiranti come Parchi, Università e Regione, dalle associazioni di volontariato come il Corpo Provinciale Guardie Ecologiche Volontarie, nonchè dalla Unione Europea.

 

Esempio di meritevole importanza è il Life+ “Gypsum”, Progetto che vede coinvolti 6 Siti di Interesse Comunitario e Zone a Protezione Speciale regionali, tutti situati su affioramenti gessosi.
Dal 2010, sotto la lente di ingrandimento sono finite le comunità sia vegetali che faunistiche (in particolare i pipistrelli) legate ai delicati quanto variegati ambienti che caratterizzano i Gessi Messiniani e Triassici, ma non solo, anche lo studio delle acque sotterranee: che offrono uno spaccato sulla “qualità dell’acqua che berremo”. Azioni che si concluderanno, assieme agli interventi di tutela e ad una ricca serie di incontri divulgativi, alla fine di quest’anno.

 

Nelle Valli Bolognesi, ecco il numero di primavera

Con una copertina dedicata alle orchidee selvatiche, veri e propri gioielli spontanei che nei prossimi mesi coloreranno i prati delle nostre montagne, è in uscita il numero 17 di nelle Valli Bolognesi, il trimestrale su turismo e cultura slow nell’Appennino Bolognese edito da AppenninoSlow realizzato in collaborazione con la nostra Banca.

Copertina primavera 2013 Nelle Valli Bolognesi

Sono 38 i tipi di orchidee selvatiche censite nella nostra provincia, le conosceremo assieme al Gruppo Italiano per la ricerca sulle orchidee selvatiche durante un’escursione al sito archeologico di Monte Bibele a cui partecipa anche il Cai e che unirà al piacere della natura quello della storia.

 

Come sempre, tanto spazio alle immagini con i fotoservizi di William Vivarelli, alla cultura contadina con la rubriche di Adriano Simoncini, e a quella del camminare grazie a Gianfranco Bracci.
Con erbe di casa nostra, Lucilla Pieralli continua il sui viaggio erboristico nei prati e nei boschi dell’Appennino.

Claudio Evangelisti, Nevio Preti e Roberto Francia si occupano delle storia dei nostri borghi e delle nostre comunità con servizi sui mastri Comacini, sui rifugi della Seconda Guerra Mondiale e sul borgo di Zaccanesca.

Non mancheranno gli approfondimenti sull’agricoltura biologica e sulle aree naturali della nostra provincia, oggi raggruppate sotto un unico ente.

Assieme ad AppenninoSlow vedremo i tanti trekking proposti per primavera ed estate. Assieme ai grandi classici, come la mitica ed intramontabile Bologna-Firenze o l’Etruscan Trail, quest’anno si sconfinerà prima nel reggiano, con la Corno alle Scale-Monte Cusna, e poi all’estero, con il tour lungo il Vallo di Adriano.

Infine, saranno oltre 500 i piccoli e grandi eventi raggruppati nel calendario che, giorno dopo giorno, segnala gli appuntamenti nei comuni montani da aprile a fine giugno.

La rivista è in distribuzione gratuita in tutte le nostre Emil Banca, negli Urp, negli Iat e nelle strutture turistiche delle provincie di Bologna, Modena e Ferrara.
In versione pdf si può leggere on line sul nostro sito www.emilbanca.it

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Gocce di memoria contro la guerra

Un itinerario di sette chilometri a Monte Sole per passeggiare nei luoghi dove  è stata scritta una delle pagine più drammatiche della storia italiana. Riproponiamo l’articolo uscito sul numero dell’autunno 2012 di nelle Valli Bolognesi sulle Gocce del Parco Storico  a firma Roberta Gambaro.

Il Parco di Monte Sole ricopre quasi interamente l’area coinvolta nel tragico eccidio del 1944, quando i nazifascisti portarono morte e distruzione in queste terre.
Per mantenere viva la memoria di questa storia drammatica, delle vicende della Brigata Partigiana Stella Rossa, dei drammi della guerra, nel 1989 è stata istituita questa Area Protetta il cui principale obiettivo, oltre alla tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale, è la diffusione di una cultura di pace rivolta soprattutto alle giovani generazioni.

L'istallazione le Gocce a San Martino, uno dei luoghi in cui avvennero gli eccidi

Il Parco copre un’area di circa 6.300 ettari compresa nel territorio dei Comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana Morandi, i quali, uniti alla Provincia, al Comune di Bologna e alle Comunità Montane, costituiscono il Consorzio di Gestione del Parco.
Cinque sono gli itinerari tematici che si possono percorrere all’interno del parco. L’itinerario di fondamentale importanza e di maggiore impatto, è sicuramente l’Itinerario della Memoria: un viaggio (a piedi) nel ricordo dedicato all’eccidio del 1944. Durante la Seconda Guerra mondiale quasi mille persone vennero uccise dai nazifascisti nei tre comuni del Parco. La maggior parte delle esecuzioni fu compiuta nelle giornate tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 durante le quali persero la vita 770 persone (gli eccidi passati alla storia come Strage di Marzabotto). Altre violenze avvennero sia nel periodo precedente che in quello successivo alla strage.
I luoghi toccati dall’Itinerario della Memoria sono anche i più significativi della storia della Brigata Partigiana Stella Rossa, nata a Vado nel settembre del ’43. Durante il cammino, si ricorda il sacrificio di queste persone, dei civili, dei partigiani, osservando tristemente ciò che la violenza della guerra ha lasciato.

Immaginate i campi coltivati, le case abitate da famiglie numerose, il bestiame nelle stalle, ma soprattutto le vite spezzate di innocenti, le urla, il dolore, l’incapacità di poter salvare il bambino nel proprio grembo, la propria moglie, tutto ciò che si aveva di più caro o quello che si era costruito con i sacrifici di una vita.
Vari ruderi, testimonianze in pietra di quegli eventi drammatici, emergono tra campi, alberi e cespuglietti.

quel che resta della chiesa di Casaglia

San Martino è il luogo a cui va particolare attenzione . Qui si trovano i resti della chiesa e di un’abitazione, dove  i nazisti infierirono con violenza il 30 settembre 1944. Vicino al cimitero un cippo ricorda i religiosi uccisi. Ma ciò che più colpisce è sicuramente la presenza delle Gocce, tante gocce, esattamente 770, che ricordano tutti quei morti. Lo spettacolo che si presenta davanti agli occhi è un susseguirsi di emozioni e commozione.

L’istallazione è formata da gocce uniche, che simbolicamente rappresentano gli adulti uccisi; gocce piccole, che stanno per i bambini ammazzati ed infine, quelle più commoventi: le gocce grandi con all’interno una più piccola, che rappresentano le donne incinte. Quando soffia il vento, queste gocce si muovono e scontrandosi fra loro producono un dolce tintinnio. Dolce ed innocente quanto lo poteva essere la vita di quelle persone e dei loro piccoli.
Spostandosi di poco si arriva a Caprara di Sopra, dove furono massacrate una cinquantina di persone, e poi Caprara di Sotto, che ci ricorda i luoghi animati dalla gente che vi risiedeva.
Nella vicina Casaglia sono visibili i ruderi della Chiesa di Santa Maria Assunta e il cimitero dove vennero massacrate circa 80 persone e dove oggi è tumulato anche don Giuseppe Dossetti.
A Cerpiano il massacro durò due giorni, fu perpetrato all’interno dell’oratorio di cui ora restano i ruderi. Altre località d’eccidio che si possono raggiungere sono Dizzola e Brigadello, San Giovanni di Sotto, Prunaro di Sopra, Prunaro di Sotto, Aravecchia e Cadotto (dove fu ucciso, tra gli altri il comandante, della Stella Rossa “Lupo”), Maccagnano, Termine, Creda, Colulla di Sopra e Colulla di Sotto.

 

i resti di Caprara

A Pioppe di Salvaro merita di essere ricordata l’ex canapiera, nelle cui vasche caddero molte vittime nazifasciste.
Molti di questi luoghi, come Brigadello, Prunaro di Sopra e Prunaro di Sotto furono, in momenti diversi, sedi del comando o dei vari gruppi in cui era suddivisa la Brigata Stella Rossa.
Su Monte Sole troverete anfratti nella roccia che servirono da rifugio e riparo per chi combatté in questi luoghi. Sulla vetta, un cippo in pietra a ricordo della Brigata Stella Rossa. Membri della brigata erano prevalentemente giovani dei comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana e dei comuni vicini, ma anche partigiani di Bologna e dalla pianura circostante.
La pace ed il silenzio di questi luoghi, hanno sostituito ciò che nella seconda guerra mondiale è stato violentato. La distruzione bellica non tocca solo i beni materiali, ma tutto ciò che di più caro si possiede.
Questo percorso e questo posto sono consigliati a chi ama la pace e non sopporta l’odio e la repressione in ogni sua forma. E a chi, nonostante non l’abbia vissuta direttamente, non tolleri la violenza.
Visitando questo posto ci si rende responsabili di un passato umano terribile, completamente da cancellare. Tutto ciò che è stato distrutto è stato sostituito con la natura, con la pace  perduta di quelle persone ed il rispetto per chi non c’è più, ma che continua a vivere nella nostra mente e nel nostro cuore.

Quel sentiero ritrovato tra i boschi della valle

A Sassolungo è stato allestito un itinerario di due chilometri lungo le vie di comunicazione che nei secoli passati collegavano poderi e opifici.
Dall’ultimo numero della rivista “nelle Valli Bolognesi”, che curiamo per AppenninoSlow, vi proponiamo di ripercorrere insieme ad Ermanno Luconi, che ha scoperto il percorso, l’impresa di “ricreare quei passaggi e rivivere qualcosa di quel passato per tanto tempo rimasto silente”.

Eravamo, se ben ricordo, nell’anno scolastico ’71-72 , ci si doveva diplomare geometri. Il professore di Scienze delle costruzioni affrontò un giorno il discorso su porte e abitazioni. Ad un certo punto si pose, e ci pose, una domanda: Le porte dividono due ambienti o li uniscono?. Seguirono mille risposte, qualcuna azzardata, molte banali, pochissime di buon senso.

Anni dopo, ricordando questo episodio, mi sono posto una domanda simile: Le strade ci portano in qualche luogo o ci allontanano dallo stesso?
In entrambe le domande non c’è una sola risposta: le porte possono collegare o dividere, le strade ci portano o ci allontanano.

Qualche tempo fa un amico mi porta dall’Ufficio Tecnico Comunale, alcune copie del vecchio catasto pontificio del mio podere, nel quale risultavano strade delle quali non conoscevo il tracciato né l’esistenza. Ad un più attento esame anche il catasto d’oggi riportava, negli stessi luoghi, alcune linee tratteggiate però, andando sul posto occorreva molta fantasia per ritrovare quei sentieri, tanto meno le strade di una volta.
In realtà ero io a non essere in grado di guardare con occhio attento il bosco, la montagna e tutto quel mondo all’apparenza uguale, monotono e disordinato. Alberi svettavano, altri coricati marcivano, il tutto dava l’idea di una sconfitta, di un magazzino mai più visitato da tempo immemorabile.

Ho dovuto cambiare modo di guardare, ho dovuto immaginare vite d’altri tempi, vite d’altri uomini, lavori ormai perduti quali far legna con scure e sega, il trasporto dei tronchi con animali da soma dal bosco, dalla montagna fino a casa, e piano piano al mio occhio si sono magnificati piccoli e tortuosi tratturi. I sentieri, quando la pendenza era troppa, zigzagavano e nei punti più dolci la carrata si faceva più larga e dritta. Gli alberi all’interno del tratturo erano più duri, coriacei, frutto di un terreno più compatto, più arido, meno fertile.

Vorrei descrivere l‘impresa di riaprire questi sentieri come un’opera titanica, anche il trattore, in non pochi tratti non poteva sfidare quei pertugi e le pendenze parevano proibitive anche per lui però il lavoro, un bel giorno, è cominciato.
La sfida era di ricreare quei passaggi e rivivere, seppure in modo diverso, qualcosa che mi avvicinasse a quel passato per tanto tempo rimasto silente.
Seppure in modo nebuloso intravvedevo, o meglio sognavo, di creare una via che nei momenti di bisogno mi allontanasse dalla pesantezza della quotidianità per poi, appagata la fame di natura e silenzio, ricondurmi, più forte, alla vita di ogni giorno.
A dire il vero da subito mi sono accorto che era inappropriato parlare di solo lavoro, era un’avventura, faticosa certo, non scevra di rischi ma avventura era e come tutte le vere avventure non finiscono mai a meno che non si voglia rinunciare ad un sogno, ad un gioco, ad una favola.
Certamente la suggestione e l’emozione hanno fatto la parte da leone: non mi pareva vero di aggirarmi per boschi fitti di querce secolari, crinali d’altri tempi ricchi di passato, trovare ostriche fossilizzate e molluschi nascosti malamente dall’arenaria, schegge di granate che ricordavano lacrime e sangue di poveri diavoli e strati geologici che tagliati dal coltello delle Ere suggerivano un mondo lontano ma allo stesso tempo tangibile.
Non era solo bello, era meraviglioso.
Era come camminare nella storia: quella recente, quella dei miei genitori, quella di vecchi e sconosciuti eroi, di boscaioli e di personaggi che vivevano e convivevano veramente la montagna e così via, a ritroso, fino all’inizio dei tempi.

Alla fine dei lavori, in realtà e per fortuna interminabile, mi sono accorto che la strada partendo dal corso d’acqua sotto casa, come in una sorta di anello magico, mi porta in posti per me struggenti di fascino, di natura, di fantasia ma lei, la buona strada, alla fine con dolcezza mi riporta allo stesso torrente e da qui, al mio tetto e per questo la ringrazio.

Si potrebbero raccontare storie per ogni albero, per ogni fosso, per ogni solco e per ogni scorcio. Il bosco, nel suo insieme, avrebbe tanto da raccontare ma… questa è un’altra storia.

 

VISITE GUIDATE
Il sentiero parte e ritorna al podere Sassolungo: una anello di un paio di chilometri che per un tratto costeggia il rio delle Fate e il rio Sticco sulle vie di comunicazione che nei secoli scorsi legavano mulini e poderi e mantenevano viva la socialità di una montagna animata molto più di oggi. 

Il percorso inizia guadando il corso del fiume Zena e attraverso il bosco punta verso il Querceto da dove partono tante varianti, alcune di queste si spingono fin verso Livergnano.
Lungo la strada si incontrano magnifici punti da dove osservare la valle da un’ottica diversa dal solito: si può vedere, dall’alto, ciò che resta dell’antico castello matildico o osservare l’antica torre del Mille da pari altezza.
Inoltre nel cammino si possono osservare le meraviglie geologiche della valle e i resti delle acque dell’antico mare. Chiunque volesse fare questa passeggiata può sia recarsi direttamente presso il B&B Sassolungo o contattare l’associazione “Parco museale della Val d Zena” (3336124867) per una camminata guidata.