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Xº incontro Ecuador – Italia: le suggestioni di un viaggio che non finisce lì

Ad inizio ottobre ci è svolta la decima missione del Credito Cooperativo in Ecuador il viaggio che, come ogni anno, fa il punto sulle attività e lo sviluppo del Progetto Microfinanza Campesina, l’iniziativa di cooperazione internazionale, di cui la nostra Banca è capofila regionale, che sta sostenendo l’affermazione di un sistema finanziario etico e solidale nel Paese Andino (ne abbiamo parlato anche qui).

Alla delegazione del Credito Cooperativo si è unita anche la nostra socia Carmen Arena, dipendente della Federazione Bcc Emilia Romagna,  che ha partecipato alla missione come vincitrice dell’edizione 2014 del Premio Lia Zaccardi, l’iniziativa rivolta alle dipendenti delle diverse realtà del Credito Cooperativo che promuovere la formazione femminile anche in ottica di sviluppo manageriale delle donne all’interno del Sistema.
Carmen ha voluto condividere con noi la sua recente esperienza di contatto diretto con il progetto Microfinanza Campesina ed alcuni dei ricordi che porterà sempre con sè di questo particolare viaggio.
Pubblichiamo integralmente la sua testimonianza che, oltre a regalarci le suggestioni di un Paese che non lascia indifferenti (come accaduto nelle precedenti missioni con i resoconti pubblicati) ,  ci racconta di come il sistema di finanza popolare sostenuto dalle Bcc stia davvero cambiando la vita di moltissime persone e comunità restituendo loro libertà, dignità e prospettive di un futuro senza povertà.

Quando ho appreso la notizia della mia prossima partenza per l’Ecuador ho avuto un momento in cui non ho saputo cosa pensare.
Fino ad allora non ci avevo sperato troppo nel partire. Non mi ero voluta quindi immaginare nulla … anche per non sperarci troppo e rischiare di restare delusa.

Quando poi la notizia è arrivata allora lì si è accesa l’immaginazione: cosa mi aspetterà? Che realtà troverò?
Avevo nozioni molto superficiali: mi aspettavo un paese non molto ricco, ma molto colorato. Mi aspettavo di incontrare persone non molto alte e paesaggi montuosi.
Sapevo che avrei conosciuto la realtà delle cooperative di credito ecuadoriane. Non sapevo immaginarmele ma ero curiosa di riconoscerci qualche somiglianza con le cooperative di credito italiane.
Non avevo altre aspettative.

Il viaggio lungo e la fatica che ha comportato non ci ha comunque offuscato al punto da non farci restare ammirati la prima sera di fronte alla vista panoramica di Quito dall’alto della città: luci e stelle a incorniciare chiese, case e strade in un quadro di incanto unico.

 

Le tante escursioni ci hanno permesso di visitare il lungo e largo il Paese, passando da nord a sud tra diversi paesaggi, scorgendo la vegetazione più varia, incontrando numerose comunità, raggiungendo anche posti più che remoti dove quasi ti stupisci di trovare vita … (siamo arrivati ad oltre 5000 metri di altitudine!).
Vita invece ne trovi in questi posti … e vita che ti accoglie con un calore e una gioia che non ti spieghi … che quasi ti guardi attorno come a chiederti: ma … è uno scherzo?
Il paese non è ricco, è un’economia popolare quella che abbiamo visto, modesta, fatta di piccole comunità che danno vita a cooperative di produzione e lavoro o a cooperative di credito.
Queste sorgono con un patrimonio iniziale irrisorio ai nostri occhi: 100 dollari …
Un’economia popolare quindi ma anche solidale, ossia un’economia attenta ai bisogni locali, che ascolta le comunità, che cerca di dare una risposta ai (tanti) disagi che queste vivono.

Bepi Tonello, il direttore del FEPP (Fondo Ecuadoriano Popolorum Progressio), ci raccontava come, ogni realtà imprenditoriale che nasce spesso prevede, alla stregua dei locali in cui svolgere la produzione, una sala per l’incontro delle persone, dei dipendenti, dei soci nel caso si tratti di una cooperativa, ossia un luogo pensato per lo scambio e il ritrovo tra persone e, perché no, un riparo in caso di freddo o pioggia improvvisa.

L’assurdo di questo viaggio è che vedi la difficoltà delle persone, soprattutto in confronto agli standard di vita italiani, ma in qualche modo non te ne accorgi.
Perché questa gente non subisce le difficoltà ma vive giorno per giorno per migliorare la propria condizione. E i progressi che le nostre guide ecuadoriane ci testimoniavano, essere accaduti in questi anni (l’Ecuador dal 2001 cresce a tassi medi annui del 4%), dimostrano l’operosità di questo popolo.
Abbiamo visto nel nostro lungo peregrinare tante strade in costruzione, tanti lavori pubblici e cantieri, segno di un paese che non sta ad aspettare ma che vive con le maniche rimboccate per migliorare le condizioni di vita della propria gente.

L’ultimo aspetto che vorrei raccontare è la spontaneità delle persone, non solo in occasioni informali, come tutte le accoglienze che nelle visite alle varie comunità abbiamo ricevuto, ma anche nelle situazioni ufficiali, come il convegno Ecuador-Italia svoltosi nelle giornate del 7 e 8 ottobre.
In questa occasione, a fianco dei relatori istituzionali, tra cui la vice-ministro dell’economia, economisti e specialisti di settore, sono stati numerosi gli interventi di gerenti di comunità indigene, tra cui molte donne, ossia di persone certamente socialmente non ai più alti livelli, ma che si confrontano alla pari con i rappresentanti ufficiali, a prescindere dai titoli posseduti.
Questo mi ha fatto molto riflettere sulla nostra società europea in cui viceversa esistono forti steccati sociali che distinguono classi e ceti mettendo distanze che impediscono la naturale comunicazione tra esseri umani, complicando in tal modo la comprensione reciproca.

Quello che ho portato a casa è un forte richiamo a non dimenticare la dimensione dell’umanità in qualsiasi attività della nostra vita, sia quindi nell’impegno professionale che nella vita privata.
Perché una dimensione più umana rende più piacevole la vita a prescindere dal vivere in un paese ricco o povero.
Perché certamente tutti hanno diritto a una vita felice e a vivere in pace: ma perché questo avvenga occorre non demandare ad altri ma impegnarsi in prima persona.

[Testo e foto di Carmen Arena]

Gli obiettivi del millennio: una sfida impossibile?

obiettivi_millennioC’è da stare poco allegri rileggendo gli 8 Obiettivi del Millennio che i 191 stati membri dell’ONU, ormai dieci anni fa, si sono impegnati a raggiungere entro il 2015.

  1. Eliminare la povertà estrema e la fame
  2. Raggiungere l’istruzione elementare universale
  3. Promuovere l’uguaglianza fra i sessi e conferire potere e responsabilità alle donne
  4. Diminuire la mortalità infantile
  5. Migliorare la salute materna
  6. Combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie
  7. Assicurare la sostenibilità ambientale
  8. Sviluppare una collaborazione globale per lo sviluppo

Appare subito chiaro che, a soli 5 anni dalla data prefissata, siamo ancora ben lontani dal raggiungere completamente anche uno solo di questi obiettivi, nonostante alcuni passi siano stati fatti.

Mentre in questi giorni al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite i rappresentanti dei Paesi aderenti faranno il punto sui magri risultati ottenuti, nella speranza (vana?) di non sentire addurre a giustificazione di tale ritardo la crisi economica (che sappiamo non essere certo il principale motivo)  è importante chiedersi cosa ciascuno di noi possa  fare per contribuire a vincere, insieme, questa sfida.

Le modalità sono tante e alla portata di tutti: cercare di mantenere sempre alta l’attenzione del Governo e delle istituzioni sugli obiettivi e sul loro raggiungimento; sostenere – economicamente, ma non solo – il lavoro delle organizzazioni e della cooperazione internazionale impegnate nei diversi ambiti;  partecipare alle mobilitazioni, organizzate nel territorio e sul web, e  far sentire la propria voce. 

E se sinora si è stati seduti, spettatori – consapevoli o meno – in attesa che qualcun altro pensasse a raggiungere gli obiettivi, rispondiamo all’invito della campagna Stand up – Take action!: siamo ancora il tempo per contribuire, con uno sforzo anche minimo, a fare un passo importante verso il traguardo.

Yunus, “Un mondo senza povertà” (capitolo 3)

Yunus, Un mondo senza povertà“Ho un temperamento pratico e allora ero completamente privo di esperienza in tema di sviluppo rurale o di sistema bancario; ero anche relativamente immune da tutti quei pregiudizi che tendono a restringere la libertà di pensiero degli esperti del settore. Mi trovavo insomma nella condizione di poter sperimentare nuove idee e metodi innovativi basandomi esclusivamente sul mio modo di intendere i bisogni dei poveri e sul buon senso”.

Così Muhammad Yunus, il “banchiere dei poveri”, all’inizio del terzo capitolo di Un mondo senza povertà, di cui riprendiamo la lettura (puntate precedenti: intro, cap.1, cap.2).

In questo capitolo Yunus riassume la sua storia personale e l’invenzione del microcredito, nato negli anni ’70 quando si accorse che le teorie economiche da lui insegnate negli States erano molto, molto lontane dalla realtà effettiva di un paese poverissimo come il Bangladesh, suo stato natale. Per questo iniziò a girare di villaggio in villaggio, cercando di vedere il problema della povertà non da un fascicolo di dati raccolti tramite qualche organismo internazionale, bensì sondando direttamente il polso a chi povero lo era per davvero. E fu a questo punto che Yunus intuì la possibilità del microcredito: dare credito ai più poveri, normalmente esclusi dai meccanismi bancari. Nacque così la Grameen Bank. Un concetto rivoluzionario nel mondo delle banche.

bonsaiFurono molte le difficoltà iniziali: dopotutto si trattava di un esperimento che all’epoca (e per molti versi ancora oggi) poteva essere interpretato come pura follia. C’era soprattutto da combattere contro i luoghi comuni dell’economia. “L’errore è quello che considera l’imprenditorialità una qualità rara. Invece quello che ho imparato è che tutti riescono a vedere le occasioni guadagno e, se possono disporre dei mezzi necessari, a trasformarle in realtà. I poveri sono come i bonsai: non c’è niente che non va nella loro costituzione, è solo che la società non ha mai concesso loro un contesto favorevole alla crescita. Tutto quello che dobbiamo fare per farli uscire dalla povertà è creare condizioni adatte alla loro attività. Non appena i poveri sono messi in grado di liberare energia e creatività, ecco che la povertà scompare molto rapidamente”.

Il primo passo è allora accendere l’interruttore della creatività in ogni persona. E poi sostenere la fiducia nelle possibilità di ottenere il credito e restituire la somma. Qui Yunus dettaglia alcune idee sviluppate per sperimentazione, prove ed errori nel corso degli anni: l’esistenza di gruppi di sostegno di pari (“mi impegnerò a restituire il prestito per non deludere le altre del gruppo”), le “sedici decisioni” delle clienti della Grameen Bank, e ovviamente, come il lettore più accorto avrà notato visto che stiamo parlando al femminile, l’idea di affidare la quasi totalità del microcredito alle donne, considerate più affidabili nell’investire la somma ricevuta per il sostentamento della famiglia. Un ulteriore passo è stato il passaggio a “Grameen II”, cioè un’ulteriore articolazione del metodo di microcredito con fondi speciali, rate di restituzione variabili a seconda delle esigenze e, in generale, una maggiore flessibilità.

Nel frattempo in questi decenni di lavoro il microcredito della Grameen ha generato due importanti effetti collaterali: la diffusione del microcredito in tutto il mondo, con l’istituzione di Yunus a fare da modello, e lo sviluppo di imprese di business sociale, anch’esse con la Grameen come esempio virtuoso. Ne parleremo più diffusamente nel prossimo capitolo.

Yunus, “Un mondo senza povertà” (capitolo 2)

Yunus, Un mondo senza povertà“Il business non va confuso con la carità, qui si tratta di imprese a tutti gli effetti (…). Un’impresa con finalità sociali deve essere condotta come una vera azienda, con prodotti, servizi, clienti, mercati, spese e ricavi, ma con l’imperativo del vantaggio sociale al posto di quello della massimizzazione dei profitti. Invece di cercare di accumulare il livello più alto possibile di profitti finanziari a solo beneficio degli investitori, l’impresa con finalità sociali cerca di raggiungere un obiettivo sociale”.

Nel capitolo 2 del suo libro (in precedenza abbiamo letto l’introduzione e il cap. 1), Yunus entra più nel dettaglio delle imprese con finalità sociali, per spiegare cosa sono (e anche cosa non sono).

L’autore afferma intanto che fare profitto è “molto importante”, perché permette di restituire il capitale agli investitori e di guardare lontano, pianificando anche obiettivi sociali a lungo termine. Ne consegue che le imprese sociali saranno in concorrenza tra loro, per attirare clienti e investitori che potranno scegliere fra prodotti simili in base alla qualità offerta e ai benefici sociali prevedibili.

Yunus distingue poi fra le imprese con finalità sociali descritte fino a questo momento, e un secondo tipo di realtà che invece sono società per azioni orientate al profitto e controllate da persone povere o disagiate. La stessa Grameen Bank fa parte di quest’ultima categoria. In questo caso i benefici sociali dell’impresa non derivano dalla natura dei suoi servizi ma dalla composizione del suo azionariato.

Un altro distinguo è quello con l’imprenditorialità sociale: in quest’ultima può rientrare qualsiasi iniziativa innovativa per aiutare la parte meno fortunata della popolazione (per esempio impiantare un centro medico a pagamento in un villaggio privo di assistenza). L’impresa con finalità sociali è un caso particolare di imprenditorialità sociale ma, proprio per questo, non tutti gli imprenditori socialmente orientati sono impegnati in business sociale così come lo intende Yunus. Ed è per questo che l’autore scarta l’idea di un’impresa ibrida, che vivrebbe al proprio interno un conflitto di… strabismo tra due obiettivi divergenti.

owenYunus tratta poi di tre realtà che si avvicinano alla sua idea di business sociale, pur senza raggiungerlo pienamente. La prima è il movimento cooperativo e ci interessa, evidentemente, in modo particolare: l’autore scomoda Robert Owen (1771-1858), dirigente di fabbriche per la filatura che aprì negozi con prodotti di buona qualità e a prezzi bassi per i propri salariati. Da qui poi si sviluppò il concetto di impresa di proprietà degli stessi clienti. La controindicazione data da Yunus è che “se cadono nelle mani sbagliate, le cooperative possono anche diventare uno strumento di penetrazione nell’economia che consente guadagni a singoli individui o a gruppi ristretti invece che portare beneficio all’insieme della società. Quando una cooperativa perde di vista le originarie motivazioni sociali si trasforma in pratica in un’azienda orientata alla massimizzazione del profitto, proprio come tutte le altre”. È un monito molto severo ma indubbiamente altrettanto condivisibile.

Dopo aver escluso dalla sua definizione anche le organizzazioni no-profit e le aziende “socialmente responsabili” (che nell’immediato possono dedicarsi a qualche tema sociale, ma nel lungo periodo finiranno per essere nuovamente orientate dalla ricerca del profitto), Yunus si chiede: insomma, da chi saranno create le imprese con finalità sociali?

“Chiunque”, è la risposta. Chiunque, se gliene viene data l’opportunità. Ed è interessante vedere come Yunus non corra il facile rischio di distinguere nettamente tra buoni e cattivi, tra chi ha a cuore lo sviluppo del pianeta e chi vuole massimizzare il profitto. La realtà, dice, è che queste figure convivono in ogni persona, e si tratta di percorsi paralleli che possono anche incrociarsi, convivere, confluire l’uno nell’altro, arricchirsi reciprocamente di esperienze. Come questo sia possibile… sarà l’oggetto dei capitolo successivi.

Yunus, “Un mondo senza povertà” (capitolo 1)

Yunus, Un mondo senza povertàIl commercio mondiale è un po’ come “un’autostrada con cento corsie che solca la superficie del globo. Ma se questa autostrada rimane senza pedaggio, senza semafori, limiti di velocità, limiti di ingombro e perfino senza le linee di separazione fra le corsie, essa verrà rapidamente occupata dai tir provenienti dai paesi con le economie più potenti. I veicoli più piccoli, come i camioncini dei contadini o i carretti a buoi e i risciò a piedi del Bangladesh saranno inesorabilmente espulsi. Perché tutti possano trarre vantaggio dalla globalizzazione è necessario un buon ‘codice della strada’, servono segnali e semafori e ci vuole una politica del traffico ben definita. La regola ‘il più forte piglia tutto’ va sostituita da altri assunti capaci di garantire anche ai più poveri un posto sull’autostrada”.

Proseguiamo con la lettura di Un mondo senza povertà di Yunus (qui l’introduzione). Nel primo capitolo del libro, il Premio Nobel per la Pace descrive un nuovo tipo di impresa. E ritiene che la risposta al problema della “superstrada” non possa consistere in regole imposte dalla politica, che non può garantire la risoluzione dei problemi sociali più seri. Certo, può fare comunque molto, perché una macchina statale ha capacità di controllo, pervasività e capillarità nel suo intervenire su una società. Ma questi stessi vantaggi si riflettono in negativo, rendendo la politica macchinosa e dispendiosa (non fosse altro perché c’è sempre qualcuno pronto ad arricchirsi sfruttando in qualche modo le commesse pubbliche). “Lo stato riesce facilmente a creare strutture, ma non è altrettanto pronto a smantellarle quando non servono più o diventano dei pesi. (…) In Bangladesh, i lavoratori addetti al solo compito di caricare la molla dell’orologio sulla mensola del camino dei funzionari pubblici hanno mantenuto il loro posto di lavoro e il relativo salario per molti anni dopo che gli orologi a molla erano stati sostituiti da quelli elettrici che, ovviamente, non hanno bisogno di essere ricaricati” (indubbiamente ci possono essere esempi simili anche in Italia…). Insomma, lo stato può e deve fare la sua parte, ma non possiamo aspettarci che questo da solo basti a risolvere i problemi.

Yunus passa poi a parlare delle organizzazioni senza fini di lucro, per esempio tutte quelle associazioni che operano sul principio della carità, verso le quali l’autore non nasconde il proprio scetticismo: il loro limite principale è basarsi sulla ricezione di fondi e quindi sul doppio problema di dover sempre dipendere dalle donazioni altrui e nell’investire la maggior parte delle proprie risorse nello sforzo di procacciarsele.

Ci sono poi le istituzioni multilaterali, come per esempio la Banca mondiale, che a dire di Yunus sommano gli svantaggi della politica e delle organizzazioni senza fini di lucro: sono macchinose e dispendiose e galleggiano su una cronica carenza di fondi. Inoltre, l’autore contesta l’assunto stesso su cui la Banca mondiale opera: “si tratta di una strategia che cerca di mettere in moto l’economia, aspettandosi che anche i poveri vengano “trascinati” da questo movimento, ma in realtà li considera come degli “oggetti”. (…) È una politica economica che si preoccupa sì dei poveri, delle loro condizioni sanitarie, della loro istruzione e della loro occupazione, ma non li considera veri soggetti economici, capaci cioè di dar vita a proprie iniziative produttive creando addirittura posti di lavoro per altri“. Nonostante non sia tenero con essa, Yunus non vuole comunque la soppressione dela Banca mondiale, ma auspica un istituto che abbia una maggiore capacità di penetrazione locale grazie a un rapporto più diretto con il territorio e con le imprese con finalità sociali.

L’ultima parte di questo capitolo dedicato alla critica di ciò che esiste (le proposte in positivo saranno affrontate nei capitoli successivi del libro) è alla responsabilità sociale d’impresa, che si può presentare in una versione “debole” (“Non farai del male alla popolazione o al pianeta, a meno che ciò non significhi sacrificare il profitto”) e unaversione “forte” (“Farai del bene alla popolazione e al pianeta, finché potrai farlo senza sacrificare il profitto”). Pur riconoscendo un’importanza alla responsabilità sociale, Yunus non è affatto tenero nei confronti di quei manager che fanno di tutto per massimizzare il profitto, magari sfruttando i poveri, e poi destinano una parte dello stesso profitto per iniziative sociali, senza dimenticare ovviamente di pubblicizzarle adeguatamente per trasmettere un’immagine di azienda generosa.

Oscar Wilde

Oscar Wilde

Ciò che Yunus critica, insomma, è proprio l’assuno di fondo che “concepisce gli uomini come esseri a una sola dimensione, preoccupati esclusivamente di perseguire il massimo profitto (…). Per citare Oscar Wilde, si tratta di gente che conosce il prezzo di tutte le cose, ma il valore di nessuna” (…). Poiché siamo tutti convinti che la ricerca del profitto sia la via migliore per portare agli uomini la felicità, ecco che ci mettiamo a emulare con entusiasmo la teoria economica e facciamo ogni sforzo per trasformarci in esseri umani a una sola dimensione”. Le persone, conclude Yunus, hanno molte più dimensioni di questa; e gli stessi grandi imprenditori, da Andrew Carnegie a Rockfeller fino a Bill Gates, a un certo punto delle loro carriere hanno abbandonato il gioco della mera ricerca del profitto per dedicarsi a obiettivi più alti.

Anche se può apparire come un’eresia, insomma, Yunus afferma che un’impresa può anche non uniformarsi all’obiettivo imperante della ricerca del massimo profitto: ed è la premessa del suo concetto di business sociale, di cui parlerà nei capitoli successivi.

Yunus, “Un mondo senza povertà”: l’introduzione

Yunus, Un mondo senza povertà“Un’impresa con finalità sociali? E cosa sarebbe?”
A chiederlo è Franck Riboud, amministratore delegato della Danone, che ha chiesto e ottenuto di incontrare il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus.
“Un’impresa progettata per raggiungere un obiettivo sociale, nel nostro caso migliorare il livello dell’alimentazione delle famiglie povere nei villaggi del Bangladesh. Un’impresa con finalità sociali è un’impresa a tutti gli effetti, ma non paga dividendi. Si limita a vendere i suoi prodotti a un prezzo tale da coprire tutti i suoi costi. Gli azionisti possono ritirare il capitale investito nell’impresa dopo un certo periodo di tempo, ma non ricevono alcun profitto sotto forma di dividendi. Tutti i profitti che l’impresa realizza restano all’interno e sono utilizzati per finanziare l’espansione, per creare nuovi prodotti o servizi e per contribuire al bene del pianeta” (p. 12). Continua a leggere